Un Döblin in salsa lombarda? Sui settentrionalismi nella traduzione italiana di “Berlin Alexanderplatz” di Alberto Spaini

1. Uscito in Germania nell’ottobre del 1929, Berlin Alexanderplatz (sottotitolo: Die Geschichte vom Franz Biberkopf) fu l’opera che fece del suo autore, Alfred Döblin (1878-1957), uno degli scrittori di riferimento del romanzo modernista europeo. Psichiatra e medico di quartiere, Döblin aveva già pubblicato molti testi; ma fu solo con la storia dell’ex-detenuto Franz Biberkopf che raggiunse un vasto riconoscimento, vedendosi paragonato addirittura a James Joyce: la centralità di Berlino Est, vera protagonista di Berlin Alexanderplatz, rimanderebbe infatti alla Dublino narrata dall’autore irlandese. Adottando le tecniche di montaggio debitrici del dadaismo berlinese, Döblin ha saputo inserire l’amara parabola di Franz Biberkopf in una cornice in grado di «restituire la multiforme vita della grande città, le forze che la muovono, “l’oggettività” dei suoi processi tecnologici, la pluralità delle norme burocratiche che governano la vita sociale»[1].
E lo ha fatto sfruttando una risorsa linguistica di cui un berlinese come lui aveva una conoscenza diretta: il dialetto locale. Quella di Berlin Alexanderplatz è «una lingua che intreccia gerghi, dialetti, idiomi locali, allusioni a oggetti e a situazioni incomprensibili al di fuori della loro piccola cerchia»[2]: una lingua, dunque, così profondamente radicata nel contesto di origine da rendere ogni tentativo di traduzione una sfida pressoché impossibile.

Eppure, già nel 1931 usciva per i tipi di Modernissima una versione italiana di Berlin Alexanderplatz: a sfidare l’impossibile era stato Alberto Spaini (1892-1975), uno dei più importanti traduttori dal tedesco della prima metà del XX secolo. E a dimostrazione della temerarietà della sua impresa («Franz Biberkopf sarà la mia rovina» scriveva nel 1930[3]) vale la circostanza per cui quella di Spaini è rimasta ad oggi l’unica traduzione italiana del romanzo di Döblin[4].

2. Il lavoro di Spaini rappresenta un capitolo della diffusione della narrativa straniera, e tedesca in particolare, nell’Italia del Ventennio fascista; si tratta di vicende sulle quali negli ultimi anni si è concentrata l’attenzione di molti studiosi, i quali hanno messo in risalto il ruolo decisivo rivestito da mediatori e traduttori ignoti al grande pubblico[5].
Nato a Trieste nel 1892, dopo un anno trascorso a Firenze in cui frequenta la Facoltà di Lettere e l’ambiente della «Voce» di Prezzolini, nel 1911 Spaini si trasferisce a Roma, dove tre anni più tardi si laurea in Letteratura tedesca con una tesi su Hölderlin (relatore è Giuseppe Antonio Borgese). A Roma lavorerà come giornalista (spesso nel ruolo di corrispondente dalla Germania) per il «Resto del Carlino», ma anche come recensore di opere di letteratura tedesca contemporanea, traduttore dal tedesco e scrittore in proprio[6]. Dopo la partecipazione alla Prima guerra mondiale, trascorse alcuni anni tra Berna e Zurigo (1916-19) per poi compiere molti viaggi in Europa (Germania, Austria, Francia, Polonia) in qualità di corrispondente. E dalla Seconda guerra mondiale è di nuovo a Roma, dove morirà nel 1975.
La figura di Spaini è stata ultimamente valorizzata soprattutto grazie agli studi di Michele Sisto e Daria Biagi. Come ha scritto quest’ultima (a cui si deve anche l’approfondita scheda dedicata al traduttore triestino sul sito del progetto LTit[7]), Spaini «appartiene a quella generazione di intellettuali “di frontiera” che negli anni Dieci calano in Italia dai confini dell’impero austroungarico portando in dote una conoscenza della letteratura in lingua tedesca ignota ai loro coetanei fiorentini, unita al desiderio di affermarsi nella “patria” della cultura italiana»[8]. E, per quanto riguarda il suo lavoro di traduttore, Spaini assume ben presto «un habitus avanguardistico, specializzandosi in prime traduzioni di autori tedeschi contemporanei ancora sconosciuti in Italia»[9]: accanto a classici del calibro di Goethe, Tieck, Hoffmann, Büchner, tra gli autori tradotti da Spaini troviamo infatti Thomas Mann, Frank Wedekind, Bertolt Brecht, Franz Kafka e –per l’appunto– Alfred Döblin.

3. Le vicende che hanno portato Spaini su commissione di Alessandra Scalero –consulente editoriale e anch’essa traduttrice dal tedesco­– alla traduzione di Berlin Alexanderplatz sono state ricostruite da Daria Biagi. In particolare, tra gli elementi messi in rilievo dalla studiosa vi è la decisione di Spaini di rinunciare a dare una versione italiana del dialetto berlinese che così fortemente caratterizza il testo originario: il traduttore dichiara infatti che, più che il dialetto, elemento centrale –e, quindi, non sacrificabile– del romanzo è il modo di parlare dei personaggi. Di qui la scelta di adottare «una sintassi spezzata e forme dell’italiano colloquiale»[10] quali mezzi prediletti per trasferire in italiano i dialoghi del libro.
Ma, oltre al dialetto, molteplici sono gli ostacoli posti dalla traduzione dell’opera di Döblin: 

La presenza del dialetto berlinese è solo uno degli elementi problematici del testo, nel cui tessuto linguistico citazioni bibliche si intrecciano a riferimenti classici, e il lessico della burocrazia a quello del proletariato urbano, della scienza e della medicina. Gli slogan pubblicitari e le canzoni della Berlino contemporanea affiorano come citazioni involontarie nel discorso quotidiano, evocando mondi sociali subito riconoscibili al lettore tedesco […]. Scorrendo anche superficialmente la traduzione italiana, si nota come Spaini e Scalero dedichino gran parte dei loro sforzi creativi a questo aspetto, reinventando in rima canzoni e filastrocche oppure cercando equivalenti italiani per i realia tedeschi. [11]

Date tali difficoltà, non stupisce che la versione italiana di Berlin Alexanderplatz presenti «fraintendimenti, specialmente in presenza di termini berlinesi o espressioni idiomatiche»[12]; o che sia viziata da «vari tagli, motivati dalla difficoltà di rendere in italiano determinate allusioni o, più spesso, da ragioni di censura e autocensura»[13]. Tuttavia, si tratta di mancanze che non inficiano l’ottimo e per certi versi sorprendente lavoro di Spaini: la sua traduzione, accolta da subito con grande entusiasmo[14], mantiene intatta ancora oggi tutta la sua grande vivacità. A ciò contribuisce, soprattutto, un largo impiego di forme colloquiali e tratti tipici del parlato: grazie a queste caratteristiche, la versione italiana di Berlin Alxenderplatz, per quanto filologicamente non impeccabile, risulta –a 90 anni dalla sua uscita– assai poco “ingessata” e davvero molto moderna.

4. A dimostrazione di quanto appena affermato, si presenterà qui un campione delle forme colloquiali che si incontrano lungo il testo. E ad esse seguirà un approfondimento dedicato a un aspetto della traduzione di Spaini che finora non pare essere stato rilevato: ci si riferisce all’impiego di alcune forme riconducibili all’italiano regionale tipico delle regioni del Nord, Lombardia in particolare. Benché la frequenza saltuaria di questi tratti non ne faccia una strategia traduttiva perseguita coerentemente dall’inizio alla fine del romanzo[15], si tratta certamente di una risorsa adoperata con consapevolezza da Spaini (e dalla moglie Rosina Pisaneschi, «senese e come lui germanista, la cui collaborazione alle traduzioni del marito era assai più frequente di quanto non le fosse riconosciuto sui frontespizi»[16]), forse per perseguire un effetto straniante[17]
Tra gli elementi più informali della lingua della versione italiana di Berlin Alexanderplatz vi sono alcune ricorrenze lessicali: 

balle: «senza stare a sentire le tue balle» (p. 180); «tu vieni a raccontarmi balle» (p. 205); «Gli voglio proprio raccontare un po’ di balle» (p. 269); «lavorare, balle» (p. 281); «Balle, cosa ci posso fare io?» (p. 295); «Beh sono balle lo stesso» (p. 361); 

bastardi (p. 403);

battersela: «Franz se la batte» (p. 166); «non vorrai mica battertela» (p. 301); «è riuscito a battersela» (p. 410)

(chebriscola: «Ah, la peppa, che briscola, guarda come lo suona» (p. 226);

cagna: «cosa me ne faccio di questa cagna» (p. 368); 

carogna (pp. 39, 43, 72, ecc.);

casino: «è un bel casino» (p. 323); 

cazzo: «pensa che cazzo ne sanno costoro sul mio conto» (p. 471);

ciccia: «quella lì ci ha spirito, ciccia» (p. 79); «Ciccia, questo qui non mi conosce» (p. 90); «meno male, Otto, che la ciccia se ne va» (p. 119);

coso: «Lina ti piacerebbe stare in un coso del genere?» (p. 75);

crepare: «qui si crepa dal freddo» (p. 75); «me la devo tenere finché crepo» (p. 198); «crepano di fame» (p. 330); «io sono crepato nella mia prigione» (p. 426); 

cretinata: «è una cretinata cercarlo» (p. 431)[18];   

cretino (pp. 275, 344, 357, 459); 

fesso (pp. 146, 168, 270, 275, 433);

(unfico: «non gli importa un fico» (p. 62); «non vale un fico» (p. 234); «non vi frutterebbero un fico» (p. 350);

fottere: «andate a farvi fottere» (p. 346);

gattabuia (pp. 43, 147, 408, 426, 492);

incazzarsi: «uno si incazza per tutta la giornata» (p. 121);

infischiarsi: «me ne infischio» (pp. 188, 312, 346); «può darsi anche che finisca per infischiarsi dei suoi amici» (p. 402);

luridone (p. 207);

merda: «niente, merda, proprio niente!» (p. 302); «sempre m’hanno ricacciato nella merda» (p. 442);

minchione (pp. 200, 347, 497); 

patacca: «un’altra delle solite patacche» (p. 324); 

pelare: «ti pela ben lo Stato» (p. 100); «gli pela soldi» (p. 304); «pela sempre Franz» (p. 310); «gli uomini sono davvero così scemi da lasciarsi pelare» (p. 318); «comincia a pelare Reinhold» (p. 458); 

pelatone (pp. 83, 84);

pidocchioso (pp. 308, 344); 

pigliare: «pigliava forza» (p. 22); «pigliava fuori le carte» (p. 28); «piglia su tutti i giornali» (p. 83); ecc.;

porcaio (pp. 26, 123, 313, 371, 437, 456, 494);

porco/a/i (in riferimento a persone) (pp. 179, 234, 276, ecc.);

porcone/a (pp. 81, 198, 370);

puttana (pp. 51, 125, 209, 264, ecc.);

puttanella (pp. 356, 399, 400);

(che) roba! (pp. 202, 226, 311);

(questa) roba: «questa roba io non la posso soffrire» (p. 353);

roba (da pazzi/matti) (pp. 81, 195, 328, 356, 414, 456);

sbobba (p.35);

schiaffare: «Cribbio, sull’attenti ci avrebbero schiaffato, sotto la naia» (p. 276);

sfottere: «mi sfotti» (p. 180); «gli piace semplicemente di sfottere» (p. 310); 

sgobbare: «deve sgobbare» (p. 129); «sgobba per i suoi due figlioli» (p. 139); «dobbiamo sgobbare» (p. 185);

sputtanare: «mi ha sputtanato» (p. 438);

(untubo: «non vede un tubo» (p. 440).

E accanto a questi termini si possono citare anche le seguenti espressioni: «uno ne ha le scatole piene» (p. 62; einen rauszugraulen); «Ti hanno insaponato bene» (p. 93; sie haben dich schön eingeseift)[19]; «t’hanno proprio fatto su come un salame» (p. 93; Dir haben sie wirk lich eingeseift)[20]; «Franz ha […] tirato giù la sua birra» (p. 99; sein Bier hintergießt); «Eh, ci avete le pigne!» (p. 276; Mensch, ihr seid wohl ganz übergefahren?)[21]; «piove che dio la manda» (pp. 335, 343; es pladdert oftdet pladdert und pladdert); «se si fa calda» (p. 441; Wenn die Luft dick ist).

Inoltre, come sottolineato da Daria Brogi, Spaini dà alla sua traduzione una sfumatura di colloquialità anche attraverso alcune soluzioni sintattiche:

dislocazioni: «Fare impazzire ci vorrebbero» (p. 35); «Sfruttatori, sono, canaglie» (p. 173); «benino è vestita, eh?» (p. 201); «sfinito addirittura pare» (p. 204); «me la compro tutta da me, ‘sta roba» (p. 208); «giornali tu non ne vendevi» (p. 251); «Roba rubata, Emmi, questa qui» (p. 271); «la politica non mi frega niente» (p. 318); «due marchi costano» (p. 344); «Soldi non ne ha bisogno (p. 344); «Roba simile sono» (p. 362); «Morir di fame, a questo punto non ci arriva» (p. 471); «E salute Franz Karl Biberkopf ce ne ha» (p. 494).

tema sospeso: «I pederasti, è una cosa seria» (p. 82); «Donne ce n’è sempre troppe» (p. 200); «Il mestiere di prima, non ne voglio più sapere» (p. 281); «Ah, politica, io non me ne intendo» (p. 308); «questo ragazzo poi, non c’è male» (p. 377).  

-duplicazione pronominale: «Mi piacerebbe anche a me d’andare in giro» (p. 50); «A me mi viene a raccontare le sue disgrazie» (p. 64); «E bada, bellezza, che, te, ti troviamo fuori sempre» (p. 131); «A te, te lo faccio volentieri un piacere […] te ti faranno su ancora» (p. 198);   «bisognerebbe scuoterti un poco, te» (p. 205); «A me mi bastava» (p. 251); «A me mi basta» (p. 346); «a te ti farà del bene» (p. 365); «me non mi lascia» (p. 397); «la prossima volta mi pigli anche me» (p. 448); «A me mi piace» (p. 465); «Me, mi hanno messo dentro» (p. 466); «cosa mi hanno fatto a me» (p. 482).

-uso di «te» per «tu» come pronome personale soggetto in posizione post-verbale: «Prendimela te» (p. 198); «Ce la metti te, o è cucita dentro?» (p. 326); «Ma qui ci sei anche te» (p. 422). 

-impiego frequentissimo del «ci» attualizzante insieme al verbo «avere» non ausiliare: «La gente ci ha ben bisogno di scarpe» (p. 20); «Ci ha la casa piena» (p. 25); «e loro ci hanno ugualmente la loro parte» (p. 31); «ci ha qui la cucina» (p. 39); «Non ci ho colpa io» (p. 40); «Ci ho avuto una bella trovata» (p. 41); ecc.

-uso di «suo» al posto del corretto «proprio» in frase con soggetto indeterminato: «Rimanere persone per bene e starsene per conto suo» (p. 73).

-mancato impiego del congiuntivo: «Mica è possibile che lei fa sul serio» (p. 226); «Può darsi che tu hai ragione» (p. 265). 

rafforzamento delle congiunzioni avversative: «“Ma però era anche bello?”» (p. 380).

-pronome affettivo ridondante (dativo etico): «Mi entra in camera che stavo ancora a letto» (p. 79).

-uso del «che» polivalente: «Mi entra in camera che stavo ancora a letto» (p. 79); «Quand’egli è nell’acqua, gli butta sopra una rete da pesca, che lui non può più far niente» (p. 113); «Da quella notte che Franz è arrivato» (p. 250); «Fatemi vedere quel che siete capaci» (p. 319); «Franz non deve saper nulla che lui è salito» (p. 360); «nei giornali nessuna notizia che lo hanno acciuffato» (p. 433). 

-ellissi dell’ausiliare in «Per strada visto niente, ma trovato qualcosa» (p. 43)[22].

Infine si segnalano alcune forme aferetiche o apocopate, come «Te’» per «Tieni» (p. 370), «’ngiorno» per «Buongiorno» (pp. 228, 281, 420), «’nasera» per «Buonasera» (pp. 228, 288, 311), «’sto» per «questo» (e rispettive forme al femminile e al plurale: pp. 75, 81, 94, 100, ecc.). E si veda anche l’esclamazione «to’» in questa frase: «to’ adesso ho perduto il mio garofano» (p. 91).

5. Venendo ora ai tratti riconducibili all’italiano regionale del Nord Italia, si vedano innanzitutto le seguenti scelte lessicali[23]:

bambanate (pp. 96, 124; traduce il tedesco Zicken): trattasi di derivato del lombardismo bamba col significato di “stupidate”.

cicchetto: «se io crepo si buscano forse un cicchetto» (p. 468; Wenn ich krepiere, kriegen sie vielleicht einen reingewürgt). Per quanto diffusosi in tutta Italia, cicchetto nel senso di “ramanzina” è termine originariamente piemontese (appartenente all’ambito militare)[24].  

cito (pp. 232, 234; traduce quatsch nich): cito nel senso di “zitto” è un dialettismo piemontese ma anche lombardo. 

crapino: «alza il crapino» (p. 354; corrisponde al tedesco Köppchen): diminutivo del termine di origine settentrionale crapa “testa” (diffuso in Lombardia e Piemonte).

cribbio (pp. 38, 73, 99, 113, ecc.; traduce abitualmente il tedesco Mensch o, in un caso, Donnerlüttchen): benché entrata in italiano, si tratta di interiezione eufemistica di origine milanese[25].

fifa (pp. 172, 244, 326; corrisponde nel primo caso al tedesco Schreck, nel secondo e terzo caso al verbo fürchten): benché diffusa in tutta Italia, si tratta di voce di origine settentrionale (lombarda o piemontese). 

fracco: «e questo qui mi rifila un fracco di giornali» (p. 82), «si danno un fracco d’arie» (p. 106).Un fracco di, nel senso di “grande quantità di”, è un settentrionalismo.

mascherpa: «Franz faceva degli occhi enormi: “Ma io rimango come quello del mascherpa» (p. 226): si tratta di un termine lombardo che indica una “ricotta magra di siero di latte”. Più in particolare, Spaini impiega questa parola all’interno del modo di dire milanese “restà lì cóme quéll de la maschérpa”, ovvero “restare stupefatti, sorpresi, sbigottiti” [26].

menate: «ci rido sopra a tutte queste vostre menate» (p. 302; traduce il tedesco Gemeckere). Alcuni dizionari etichettano come settentrionalismo questo termine dal significato di “lamentela; rimprovero ripetuto troppo spesso; richiesta insistita”.

morosa (p. 227, 228, 230, 372, 441, 448, 450; corrisponde al tedesco Braut e, in un caso, a Liebste): settentrionalismo per “fidanzata”.

naia: «sotto la naia» (pp. 276, 278; nel testo tedesco si trova bei den Preußen e zu den Preußen): termine di origine veneto-friulana attestato a partire dai primi anni del ’900 e diffusosi dopo la Prima guerra mondiale.

ocio (p. 227; traduce Au weih): venetismo per “occhio” (diffuso in altre regioni del Nord Italia).

prestinaio (pp. 142, 464: traduce il tedesco Bäcker): si tratta di un termine di origine lombarda, benché diffuso anche in altre regioni del Nord Italia, per indicare il “panettiere”.

salvietta (p. 252; corrisponde al tedesco Handtuch): l’uso di questo termine nell’accezione di “asciugamano” è un settentrionalismo.

A questo elenco si può aggiungere un calco dal tedesco tipico dell’italiano ticinese (si ricordi che Spaini ha trascorso in Svizzera gli ultimi anni della Prima guerra mondiale): trattasi di gamasce (p. 186) “gambali” a tradurre Wickelgamaschen.

6. Caratteristici del Nord Italia sono anche alcuni tratti sintattici e alcune locuzioni:

-se l’uso ricorrente dell’articolo determinativo davanti ai nomi femminili (pp. 119, 126, 198, 199, 200, ecc.) riflette un tratto presente in molte regioni settentrionali e centrali (comprese le Marche settentrionali)[27], tipico invece dell’italiano lombardo e svizzero è l’impiego dell’articolo davanti a nomi maschili: «il Franz» (pp. 282, 343), «ce l’hai proprio su col Franz» (p. 305), «il Reinhold» (p. 432)[28].

-a meno di non essere di fronte a generici colloquialismi sintattici (dislocazione e «che» polivalente: supra), le frasi seguenti potrebbero essere un esempio di un tratto tipicamente lombardo, ovvero la costruzione diretta della locuzione «avere bisogno»[29]: «gente come me non ne hanno bisogno» (p. 63), «tutto quello che ha bisogno» (p. 281), «quel che ho bisogno» (p. 302), «soldi non ne ha bisogno (p. 344).

-«Cosa costano le scarpe?» (p. 146). “Cosa costa” in luogo dello standard “quanto costa” è un settentrionalismo[30].

-«alla una meno un quarto» (p. 340); «alla una» (p. 438). La mancata elisione dell’articolo davanti a “una” è tipico di Milano.

-sospetto settentrionalismo sembra trovarsi in «sta costruendo un nuovo modello dietro a cui lavora di tanto in tanto» (p. 379): l’espressione “lavorare dietro a qualcosa”, così come “essere dietro a fare qualcosa”, è comune all’Italia settentrionale[31].

-un lombardismo è probabilmente anche la locuzione “fare il di più” nel senso di “esagerare”: «vuole fare il di più!» (p. 385; Jetzt will er den dicken Wilhelm spielen); «vuol fare il di più» (p. 439; will sich wichtig tun); «Sei felice di poter competere con Reinhold, di fare il di più con lui» (p. 478; Bist glücklich, daß du mit Reinhold fechten kannst, und daß du ihm über bist).

-di origine settentrionale è anche l’espressione “andare a ramengo”: «andar a remengo» (p. 73; daran gehen wir allesamt zugrunde); «ma andrà tutto a remengo» (p. 94; nessuna corrispondenza nel testo tedesco), «adesso vado a remengo» (p. 248; ich geh vor die Hunde), «e questo va a remengo» (p. 330; und dann schmeiß ick ihn ganz und gar in den Dreck). In particolare, la forma remengo usata da Spaini parrebbe ancora più connotata regionalmente (venendo a coincidere con la grafia della forma veneta)[32].

-molto frequenti nell’italiano regionale lombardo sono le costruzioni verbali sintagmatiche[33], delle quali la versione italiana di Berlin Alexanderplatz offre vari esempi: «prese su il suo cappello» (p. 34); «Ecco, prendi su» (p. 35); «di su dalle scale» (p. 36); «piglia su tutti i giornali» (p. 83); «ce l’ha su con le donne» (p. 197); «te ti faranno su ancora» (p. 198); «Ma ce l’hai proprio su col Franz» (p. 305); «Se ci ho su la giacca» (p. 326); «e la ditta ci s’è fatta su i milioni» (p. 379); «non ce l’ho su per questo con lui», «per questo non ce l’ho su» (p. 424)[34].
Più in particolare «Ecco, prendi su» (p. 35; Du hast dus) sembra corrispondere al milanese “ciapa su” nel senso di “beccati questa, incassa il colpo”.

-di provenienza settentrionale è anche la locuzione “fare baracca” nel significato di “fare baldoria, gozzovigliare”: «non sono più giovane per far baracca» (p. 279; Ick bin nicht mehr jung genug dazu, um zu schwofen).

A questi tratti se ne possono aggiungere altri il cui carattere settentrionale appare meno sicuro:

-«Tien duro» (p. 20; reiß dich zusammen): a meno di non essere di fronte ad una semplice forma apocopata dell’imperativo di “tenere”, l’espressione “tien duro” rimanda certamente al Nord-est.

-in alcune frasi («non c’è niente bisogno di guardarmi male»: p. 203; «non m’interessa niente quello che dicono», «non m’interessa niente lo stesso»: p. 257; «senza dire niente dove andava»: p. 394) potrebbe ravvisarsi un tratto proprio dell’italiano di Lombardia: l’uso di “niente” in luogo di “per niente” [35].

-spesso lungo il testo si trova c’è in presenza di soggetti plurali («ma altri ancora ce n’è»: p. 30; «ce n’è che stanno alla mangiatoia»: p. 101; «ce n’è anche di quelle che muoiono»: p. 194; «Donne ce n’è sempre troppe»: p. 200; ecc.): è una caratteristica dell’italiano parlato in Piemonte, benché si ritrovi anche in altre aree d’Italia[36].

-possibile settentrionalismo potrebbe ravvisarsi in «fanno un paio di parole» (p. 404; reden ein paar Worte): “fare un paio di parole” è infatti una locuzione diffusa in Lombardia.

-molti sono gli esempi di pronomi dimostrativi rinforzati con l’aggiunta di un locativo: «quello lì» (pp. 206, 218, 308, ecc.), «quella lì» (pp. 79, 168, 204, ecc.), «quelli lì» (pp. 99, 166, 192, ecc.), «quello là» (pp. 215, 218, 371, ecc.), «quella là» (pp. 78, 229, 397), «quelli là» (pp. 62, 83, 105, ecc.), «questo qui» (pp. 32, 33, 75, ecc.), «questa qui» (pp. 190, 271, 286, ecc.), «questi qui» (pp. 96, 100, 148, ecc.), «quelle vene lì» (p. 158), «quella gente lì» (p. 373). Benché genericamente caratteristico della lingua parlata, questo tratto è attestato nell’italiano regionale lombardo[37] e svizzero.

-«Ah, la peppa» (p. 226; Au Backe): pur in assenza di riscontri, tale locuzione interiettiva parrebbe tipicamente lombarda o, quanto meno, caratteristica dell’Italia del Nord.

-un dialettismo di origine milanese ormai entrato in italiano è la locuzione mica male[38]: «e ad aver voglia la cosa deve anche andare mica male» (p. 224; und wenn man tüchtig ist, dann geht es), «mica male Freienwald» (p. 375; hübsch in Freienwalde).  

-un altro tratto lombardo oggi diffuso «in buona parte d’Italia»[39] è la preposizione con seguita da su: «un berretto da marinaio, con su un’ancora» (p. 271; eine Schiffermütze mit einem verbogenen Anker drauf).  

In conclusione, tra le risorse adoperate da Spaini per la traduzione del romanzo di Döblin rientra quindi anche l’impiego occasionale di forme connotate regionalmente: una caratteristica che, unitamente al ricorso massiccio a tratti colloquiali, contribuisce a fare della versione italiana di Berlin Alexanderplatz un’opera in grado di riprodurre con successo la vivacità del testo originale.

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NOTE:

[1Paolo Capuzzo, Montaggi metropolitani. Döblin, Berlin Alexanderplatz, «Storicamente», 9 (2013), no. 13.

[2Daria Biagi, La strada “via terra” della Weltliteratur. Sulla prima traduzione di Berlin Alexanderplatz, «Letteratura e Letterature» 14 (2020), pp. 55-70.

[3Da una lettera di Spaini alla consulente editoriale Alessandra Scalero riportata da Daria Biagi, La strada “via terra” cit., p. 63.

[4Per le citazioni useremo una ristampa recente: Alfred Döblin, Berlin Alexanderplatz, traduzione di Alberto Spaini, Milano, Biblioteca Universale Rizzoli, 2019.

[5Si vedano Natascia Barrale, Le traduzioni di narrativa tedesca durante il fascismo, Roma, Carocci, 2012; Paola Del Zoppo, La letteratura tedesca tradotta in Italia tra il 1925 e il 1950, in «Studi germanici» n°3/4 (2013), pp. 373-443; Anna Baldini, Daria Biagi, Stefania De Lucia, Irene Fantappiè, Michele Sisto, La letteratura tedesca in Italia: un’introduzione (1900-1920), Macerata, Quodlibet, 2018; Michele Sisto, Traiettorie: studi sulla letteratura tradotta in Italia, Macerata, Quodlibet, 2019; Stranieri all’ombra del duce: le traduzioni durante il fascismo, a cura di Anna Ferrando, Milano, Franco Angeli, 2019.

[6«come molti scrittori-giornalisti di quegli anni, coltiva forme prossime alla prosa d’arte, per esempio nelle novelle sospese tra il reale e il fantastico di Malintesi (1930) o nell’esile romanzo La moglie del vescovo (1931), ambientato in Svizzera durante la guerra»: Michele Sisto, «Cose dell’altro mondo». Leggere e tradurre Kafka nell’Italia del 1933 in Franz Kafka, Il processo, traduzione di Alberto Spaini, Macerata, Quodlibet, 2019 (questo saggio di Sisto è stato pubblicato, senza la bibliografia finale, anche su doppiozero.com).

[7In questa scheda confluisce il profilo di Alberto Spaini pubblicato da Daria Biagi in A. Baldini et alii, La letteratura tedesca in Italia cit., pp. 211-218.

[8Daria Biagi, Nel cantiere del romanzo: il Wilhelm Meister della «Voce», in A. Baldini et alii, La letteratura tedesca in Italia cit., pp. 141-167, a p. 149.

[9Michele Sisto, Traiettorie cit., p. 196.

[10Daria Biagi, La strada “via terra” cit.

[11Daria Biagi, La strada “via terra” cit.

[12Daria Biagi, La strada “via terra” cit.

[13] Daria Biagi, La strada “via terra” cit.

[14Daria Biagi, La strada “via terra” cit.

[15Come invece parrebbe essere stato il caso della prima traduzione italiana del Viaggio al termine della notte di Céline realizzata nel 1933: il traduttore Alex Alexis (pseudonimo del piemontese Luigi Alessio) ha infatti sfruttato «le risorse dei dialetti settentrionali per rendere l’argot parigino» (Daria Biagi, La strada “via terra” cit.).

[16Daria Biagi, Nota alla traduzione in Franz Kafka, Il processo, traduzione di Alberto Spaini, Macerata, Quodlibet, 2019. Daria Biagi attribuisce proprio alla Pisaneschi («più che all’educazione fiorentina di Spaini o alle convenzioni letterarie del suo tempo») i toscanismi presenti lungo la traduzione del Processo. Qualche forma toscaneggiante («non mi garba»: p. 320; «stronfia»: p. 370; «Ma noi si dormiva. Proprio noi si doveva sentire?»: p. 439) si trova anche nella traduzione di Berlin Alexanderplatz.

[17Sull’impiego dei regionalismi quale risorsa feconda per i traduttori italiani ha richiamato l’attenzione Daniele Petruccioli in Le pagine nere: appunti sulla traduzione dei romanzi, Roma, La Lepre Edizioni, 2017, pp. 89-90.

[18A proposito di cretinata si nota come alcuni dizionari (Zingarelli, De MauroSabatini Coletti) indichino il 1964 –quindi una trentina d’anni prima della traduzione di Spaini­– come data di prima attestazione. Tuttavia il supplemento del 2009 al Grande dizionario della lingua italiana riporta un esempio tratto dal Racconto italiano di ignoto del novecento che Gadda compose nel 1924.  

[19Insaponare ha qui il senso di «adulare, cercare di ingraziarsi» (la frase traduce alla lettera l’originale).  

[20Nell’originale figura lo stesso verbo (einseifen, “insaponare”) dell’esempio precedente.

[21Dovrebbe trattarsi dell’espressione colloquiale “avere le pigne in testa”, nel senso di “avere delle idee bizzarre, stravaganti, ragionare in modo bislacco”. 

[22Un’altra scelta sintattica che contribuisce alla vivacità dei dialoghi è l’uso frequente della struttura interrogativa «chi è che» (pp. 27, 31, 99, ecc.). Rientrano nella tipologia delle frasi scisse anche i seguenti esempi: «Sono cinque anni che lei è là» (p. 113), «è lei che si allontana» (p. 125), «quand’è che ti ho detto di tenertene due?» (p. 200), «È già un anno che sei via da Tegel» (p. 251), «qui è lei che frena» (p. 272), «è lei che lavora per te» (p. 291), «È lui che ci ha pescato fuori questi qui» (p. 319).

[23La valutazione del carattere regionale dei termini qui presentati potrebbe essere inficiata dalla distanza temporale (quasi un secolo) che ci separa dalla traduzione di Spaini: non si può cioè escludere che alcune parole che attualmente i dizionari marcano come regionalismi non fossero percepiti come tali negli anni ’30 (perché, magari, di tradizione letteraria). Tuttavia, a buon senso, è più verosimile il contrario, cioè che un termine di circolazione locale abbia conosciuto nel corso del XX secolo una diffusione nazionale (come accaduto, per esempio, per tante parole di ambito gastronomico).

[24Nicola De Blasi, Geografia e storia dell’italiano regionale, Bologna, il Mulino, 2014, p. 67.

[25N. De Blasi, Geografia e storia cit., p. 74.

[26È uno dei casi in cui Spaini non segue il testo di Döblin, che qui presenta un modo di dire dall’analogo significato ma intraducibile in italiano: «Da platzen mir die Strümpe».

[27N. De Blasi, Geografia e storia cit., p. 73.

[28N. De Blasi, Geografia e storia cit., p. 73; Tullio Telmon, Gli italiani regionali in Sergio Lubello (Ed.), Manuale di linguistica italiana, Berlin, De Gruyter, 2016, pp. 301-327, a p. 311.

[29N. De Blasi, Geografia e storia cit., p. 73.

[30Si veda anche «E cosa ce le pagavano…» (p. 271).

[31N. De Blasi, Geografia e storia cit., p. 66 (oltre che in Piemonte, De Blasi la registra in  Veneto, Trentino e Friuli-Venezia Giulia); T. Telmon, Gli italiani regionali cit., p. 310

[32La stessa forma è usata da Gadda negli Accoppiamenti giudiziosi.

[33N. De Blasi, Geografia e storia cit., p. 73.

[34Più in particolare, su «fare su» come settentrionalismo cfr. anche il Dizionario di De Mauro. Su questo forum si trova invece una discussione su «avercela su con qualcuno» nel senso di “essere arrabbiati”. 

[35N. De Blasi, Geografia e storia cit., p. 74.

[36N. De Blasi, Geografia e storia cit., p. 67.

[37N. De Blasi, Geografia e storia cit., p. 74.

[38N. De Blasi, Geografia e storia cit., p. 74.

[39N. De Blasi, Geografia e storia cit., p. 75.

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