Tristano e un Amico: un copione

(liberamente tratto dal Dialogo di Tristano e di un Amico e da altre prose di Giacomo Leopardi)

La scena si apre con Tristano sdraiato su un divano in oziosa meditazione (magari mentre sta giocherellando con qualcosa). Sopraggiunge l’Amico, che entra in scena leggendo alcune parole da un libro: le Operette morali di Giacomo Leopardi.

Amico [leggendo con fare scettico] «In fine, io non mi ricordo aver passato un giorno solo della vita senza qualche pena; laddove io non posso neanche numerare quelli che ho consumati senza neppure un’ombra di godimento: mi avveggo che tanto ci è destinato e necessario il patire, quanto il non godere: tanto impossibile il viver quieto in qualsiasi modo, quanto il vivere inquieto senza miseria: e mi risolvo a conchiudere che tu, o Natura, sei la nemica scoperta degli uomini, e degli altri animali, e di tutte le opere tue; tu, che ora c’insidi ora ci minacci ora ci assalti ora ci pungi ora ci percuoti ora ci laceri, e sempre o ci offendi o ci perseguiti; e che, per costume e per instituto, sei carnefice della tua propria famiglia, de’ tuoi figliuoli e, per dir così, del tuo sangue e delle tue viscere. Pertanto rimango privo di ogni speranza». E ancora «Ma certo questa vita che io meno, è tutta uno stato violento: perché lasciando anche da parte i dolori, la noia sola mi uccide».
Caro Tristano, come vedete ho infine letto il vostro libro: non c’è che dire, malinconico al vostro solito.

Tristano. Eh già, al mio solito.

Amico. Malinconico, sconsolato, disperato; si vede che questa vita vi pare proprio una gran brutta cosa.

Tristano. Eh, caro Amico, che vi debbo dire? Io aveva fitta in capo questa pazzia, che la vita umana fosse infelice.

Amico. Beh, infelice sì, forse. Ma pure alla fine…

Tristano. [alzandosi a sedere sul divano] Sapete, quando scrissi codesto libro, io aveva quella pazzia in capo, come vi dicevo. E n’ero tanto persuaso, che tutt’altro mi sarei aspettato fuorché sentirmi volgere in dubbio le osservazioni ch’io facevo a quel riguardo, parendomi che la coscienza d’ogni lettore dovesse rendere prontissima testimonianza a ciascuna di esse. Immaginai soltanto che nascesse disputa circa l’utilità o il danno di tali osservazioni, ma non mai circa la loro verità: anzi mi credetti che le mie voci lamentevoli, per il fatto di essere i mali comuni, sarebbero state ripetute in cuore da chiunque le ascoltasse. E sentendo poi negarmi, non qualche proposizione particolare, ma il tutto, e dire che la vita non è infelice, dapprima rimasi attonito, sbalordito, immobile come un sasso, e per più giorni credetti di trovarmi in un altro mondo; poi, tornato in me, mi sdegnai un poco; infine risi, e pensai che, in generale, gli uomini sono come i mariti. 

Amico. Come dite? Gli uomini come i mariti?

Tristano. [alzandosi in piedi] Proprio così. I mariti, se vogliono viver tranquilli, è necessario che credano le mogli fedeli, ciascuno la sua; e così fanno, anche quando la metà del mondo sa che il vero è tutt’altro. Gli uomini universalmente, volendo vivere, conviene che credano la vita bella e pregevole; e tale la credono; e si adirano contro chi pensa altrimenti. Perché –vedete– in sostanza il genere umano crede sempre, non il vero, ma quello che è, o pare che sia, più a suo vantaggio. Il genere umano, che ha creduto e crederà tante scempiataggini, non crederà mai né di non saper nulla, né di non essere nulla, né di non aver nulla a sperare dopo la morte. Nessun filosofo che insegnasse l’una di queste cose farebbe fortuna né avrebbe sèguito, specialmente tra il popolo: perché, oltre che tutte e tre sono poco a proposito di chi vuol vivere, son cose che offendono la superbia degli uomini, e che vogliono coraggio e fortezza d’animo a essere credute. E gli uomini, lo sanno tutti, sono codardi, deboli, d’animo ignobile e angusto; disposti sempre e risolutissimi a consolarsi di qualunque sventura, ad accettare qualunque compenso in cambio di ciò che loro è negato o di ciò che hanno perduto, ad accomodarsi con qualunque condizione a qualunque sorte più iniqua e più barbara, e qualora siano privati d’ogni cosa desiderabile, disposti a vivere di credenze false, così gagliarde e ferme, come se fossero le più vere o le più fondate del mondo. [man mano che il discorso procede, Tristano si infervora e si avvicina, con fare minaccioso-buffo, alla faccia dell’Amico]

Amico. Nessuna possibile felicità sarebbe allora possibile dentro ai confini del mondo?

Tristano. Basta che voi consideriate le opere innumerabili dei mortali da voi vedute finora: pensate forse che pur una di esse ottenesse l’intento suo, che fu la soddisfazione, o durevole o transitoria, di quella creatura che la produsse? 
E se mancassero altre prove che il vero è tutto infelice, non basterebbe il vedere che gli uomini sensibili, di carattere e d’immaginazione profonda, incapaci di pigliar le cose per la superficie, ed avvezzi a ruminare sopra ogni accidente della vita loro, sono irresistibilmente e sempre strascinati verso la infelicità? Onde ad un giovane sensibile, per quanto le sue circostanze paiano prospere, si può senz’altro dubbio predire che sarà presto o tardi infelice, o indovinare ch’egli è tale. E, d’altro canto, sarebbe sufficiente il pianto del bambino appena nato a dimostrare la pena del vivere: non credete? 
Per di più che non v’è infelicità umana la quale non possa crescere, laddove invece trovasi un termine a quello medesimo che si chiama felicità: se infatti è possibile trovare un uomo perfettamente fortunato che nulla possa desiderare di più e la cui felicità non possa quindi estendersi maggiormente, non può invece esistere uomo tanto infelice che non possa immaginarsi infelicità maggiore. La fortuna può dire a molti: “Io non ho maggior potere di beneficarti”; ma nessuno può mai vantarsi, e dire alla fortuna: “Tu non hai forza di nuocermi di più e di aumentare i miei dolori”. Nessuno può quindi sdegnarsi con verità dicendo: “Io non posso essere più infelice di quel che sono”, dato che –la Natura non avendo posto alcun termine ai nostri mali– nullo stato è così misero il quale non possa peggiorare.
Che cosa sarebbe allora questa vostra felicità se non una pura immaginazione degli uomini? I quali tanto più si allontanano da essa quanto più la cercano in ciascuna opera loro (ingegnandosi, adoperandosi e penando sempre).

Amico. E allora secondo voi non figurerebbe nella vita alcun momento di… soddisfacimento (se proprio vogliamo evitare quella parola, felicità, che pare proprio non digeriate)?

Tristano. Alcuno, precisamente. Poiché in ciascun punto della vita, anche nell’atto del maggior piacere, l’uomo è in istato di desiderio, se ne deduce chiaramente che non v’ha un solo momento nella vita (fatta eccezione quelli di totale assopimento e sospensione dell’esercizio de’ sensi) nel quale l’individuo non sia in istato di pena. Né, tra il soffrire e il godere, v’ha stato intermedio, come si crede; perché il vivente, desiderando sempre per necessità di natura il piacere, quando e’ non gode, ei soffre. E non godendo mai, né mai potendo veramente godere, resta che, mentre ch’ei vive, ei soffra. Dico in somma che l’uomo è sempre in istato di pena, perché sempre desidera invano.

Amico. Ma avrete pur anche voi, stando in mezzo al mondo, avuta prova alcuna dei sentimenti di amicizia che si trovano in società; o, stando co’ vostri famigliari, avuta testimonianza dell’amore del padre per il figliolo, o del fratello verso la sorella, e di altri innumerevoli casi analoghi.

Tristano. Sì, in effetti mi è accaduto di osservare lungamente quella cosa che voi chiamate “società”; e ne ho per l’appunto ricavata l’idea che, non avendo ciascun individuo per fine che non sé medesimo, e non curando dunque affatto il bene o il piacere altrui, la società, come voi l’intendete, non esiste se non di nome, ciascun individuo formando da sé solo una società a parte. E quanto all’amicizie, si direbbe che gli uomini non le contraggono se non per avere il piacere di romperle, cercando studiosamente le occasioni, perfino frivolissime, atte allo scopo. Ecco allora che l’amicizia d’oggidì, se ancora così volete chiamarla, è fatta ad uso di quelle fibbie o fermagli che servono ad allacciare finché bisogna, e finito il bisogno si slacciano, e spesse volte si levano via.
Oggi l’uomo è nella vostra società quello ch’è una colonna d’aria rispetto a tutte le altre e a ciascuna di loro: s’ella cede, o per rarefazione, o per qualunque conto, le colonne lontane premono le vicine, e queste premendo né più né meno in tutti i lati, tutte accorrono ad occupare e riempire il suo posto. Così l’uomo nella società egoista, ove vige una legge di nimicizia scambievole continuamente esercitata da ciascuna colonna contro tutte, e da tutte contro ciascuna.
Relativamente, poi, alle relazioni famigliari, anch’esse sono state per me fonte di osservazione utilissima, ma non nel senso che voi affermate. Infinite prove di fatto si potrebbero portare, per esempio, dell’odio di madri brutte verso le figlie belle, e delle persecuzioni che bene spesso fanno per tal cagione a giovani innocentissime; così come, ugualmente, de’ padri di poco ingegno, o in qualunque modo sfortunati, verso i figli di molto ingegno, o in qualunque modo avvantaggiati su di loro. Lo stesso de’ vecchi verso i giovani, ogni volta che i vecchi non hanno deposto i desideri giovanili. E così tra fratelli e sorelle, ecc. Tanto naturalmente l’amor proprio, inseparabile dai viventi, produce e quasi si trasforma nell’odio degli altri oggetti, anche di quelli che la Natura ci ha maggiormente raccomandati al nostro stesso amor proprio e resi più cari.

Amico. Perbacco, mi parete un po’ troppo severo verso il genere umano, al quale, peraltro, mi piace di ricordarvi che appartenete anche voi. Vi suggerirei piuttosto di concedervi qualche distrazione, ogni tanto, magari recandovi un po’ in giro per il mondo, in modo da prendere, per così dire, una qualche distanza da queste vostre convinzioni ‘sì lamentevoli, originate forse da qualche vostra infermità o altra miseria particolare … 

Tristano. Ma io mi svago e mi diverto moltissimo! Per esempio, così come per l’appunto si ride dei mariti innamorati delle mogli infedeli, così rido io del genere umano innamorato della vita e continuamente persuaso che le cose del mondo non abbiano altro uffizio che di stare al servigio suo; e giudico assai poco virile il voler lasciarsi ingannare e deludere come sciocchi, ed oltre ai mali che si soffrono, essere quasi lo scherno della Natura e del destino.
Quanto al viaggiare, so per certo che, se mai vedrò il mondo, esso mi verrebbe subito a noia. La frequentazione di alcuna delle cosiddette “grandi città” non mi ha procurato il menomo piacere: la moltitudine e la grandezza loro, così come lo strepito di quei luoghi, m’è venuta a noia dopo il primo giorno, perché conosco che sono maravigliose, ma non lo sento. Queste fabbriche immense, e queste strade per conseguenza interminabili, sono tanti spazi gittati fra gli uomini, invece d’esser spazi che contengono uomini. Senza contare che nelle metropoli gli uomini, parte pieni d’infiniti pensieri, parte occupati in mille spassi, e coll’animo connaturato, o costretto, anche suo mal grado, allo svagamento, alla frivolezza e alla vanità, rarissime volte sono capaci dei piaceri intimi dello spirito. Vedete bene, perciò che nelle città grandi ogni cosa è finta, o vana.
Se questi miei sentimenti nascano da malattia, non so: so che, malato o sano, calpesto la vigliaccheria degli uomini, rifiuto ogni consolazione e ogni inganno puerile, ed ho il coraggio –sì, il coraggio– di sostenere la privazione di ogni speranza, di mirare intrepidamente il deserto della vita, di non dissimularmi nessuna parte dell’infelicità umana, e di accettare, infine, tutte le conseguenze di una filosofia dolorosa, ma vera. La quale, anche se non è utile ad altro, procura agli uomini forti la fiera compiacenza di vedere strappato ogni velo alla coperta e misteriosa crudeltà del destino umano, e offre la chiara cognizione del nulla, del vuoto e della vanità di cui consistono le cure umane.

Amico. Scusate, ma devo ammettere che mi riesce assai difficile capire quale “fiera compiacenza”, come voi dite, si possa mai ricavare da riflessioni come la seguente (vedete bene con quale impegno mi sono dedicato al vostro scritto): 
[legge dal libro] «Ognuno di noi, da che viene al mondo, è come uno che si corica in un letto duro e disagiato: dove subito posto, sentendosi stare incomodamente, comincia a rivolgersi sull’uno e sull’altro fianco, e mutar luogo e giacitura a ogni poco; e dura così tutta la notte, sempre sperando di poter prendere alla fine un poco di sonno, e alcune volte credendo essere in punto di addormentarsi; finché venuta l’ora, senza essersi mai riposato, si leva».

Tristano. Eh già, così ben credevo io quando scrissi il mio libro: che nessuna cosa fosse più manifesta e palpabile che l’infelicità necessaria di tutti i viventi.  

Amico. [sovrapponendosi a Tristano]… che l’infelicità necessaria di tutti i viventi.

Tristano. Io diceva queste cose fra me, quasi come se quella filosofia dolorosa fosse d’invenzione mia; vedendola così rifiutata da tutti, come si rifiutano le cose nuove e non mai sentite. Ma poi, ripensando, mi ricordai ch’ella era tanto nuova quanto Salomone e quanto Omero, e i poeti e i filosofi più antichi che si conoscano; i quali tutti sono pieni, anzi pienissimi, di immagini, di favole, di sentenze significanti l’estrema infelicità umana; e chi di loro dice che l’uomo è il più miserabile degli animali; chi dice che il meglio è non nascere, e per chi è nato, morire in culla; altri, che uno che sia caro agli Dei, muore in giovinezza; ed altri altre cose ancora su questo andare. E anche mi ricordai che da quei tempi insino a ieri o all’altro ieri, tutti i poeti e tutti i filosofi e gli scrittori grandi e piccoli, in un modo o in un altro, avevano ripetute o confermate le stesse dottrine. Sicché tornai di nuovo a maravigliarmi: e così tra la maraviglia e lo sdegno e il riso passai molto tempo: finché studiando più profondamente questa materia…beh, cambiai opinione!

Amico [con stupore]. Come dite?! Avete cambiata opinione?

Tristano. Proprio così! Approfondendo e investigando, giunsi a conclusione che l’infelicità dell’uomo era uno degli errori inveterati dell’intelletto, e che la falsità di questa opinione, e la felicità della vita, era una delle grandi scoperte del secolo. Allora m’acquetai, e vi confesso ora di avere avuto torto a credere quello ch’io credevo. 

Amico. Non credete dunque più a nulla di quello che avete scritto?

Tristano. Sicuro. Volete voi ch’io contrasti alle verità scoperte dal nostro secolo?

Amico. E credete voi tutto quello che crede il secolo?

Tristano. Certamente. Oh che, la cosa vi maraviglia?

Amico. Credete dunque alla indefinita perfettibilità dell’uomo?

Tristano. Senza dubbio.

Amico. Credete voi che la specie umana vada ogni giorno migliorando?

Tristano. Mah sì, certo! Benché qualche volta mi sia lasciato influenzare dalle obiezioni di chi sostenne la superiorità fisica e morale degli antichi sui moderni…pur tuttavia credo io che la specie umana vada sempre costantemente progredendo.

Amico. Credete quindi anche che il sapere o, come si dice, i lumi, crescano continuamente.

Tristano. Certissimamente. Sebbene vedo che quanto cresce la volontà d’imparare, tanto scema quella di studiare. Ed è cosa che fa maraviglia a contare il numero dei dotti, ma veri dotti, che vivevano contemporaneamente cent’anni addietro, o anche più tardi, e vedere quanto fosse smisuratamente maggiore di quello dell’età presente. Né mi dicano che i dotti sono pochi perché in generale le cognizioni non sono più accumulate in alcuni individui ma divise fra molti; e che l’abbondanza di questi compensa la rarità di quelli. Le cognizioni non sono come le ricchezze, che si dividono e si adunano, e fanno sempre la stessa somma: dove tutti sanno poco, e’ si sa poco; perché la scienza va dietro alla scienza, e non si sparpaglia in mille direzioni. L’istruzione superficiale può essere, non propriamente divisa fra molti, ma comune a molti non dotti; e il resto del sapere non appartiene se non a chi sia dotto, e gran parte di quello a chi sia dottissimo. E, levati i casi fortuiti, solo chi sia dottissimo, e fornito individualmente di un immenso capitale di cognizioni, è atto ad accrescere solidamente e condurre innanzi il sapere umano. Ora, non pare anche a voi che il veder sorgere di questi uomini dottissimi divenga ogni giorno meno possibile? E non siete pure voi persuaso che la certezza degli uomini nel credere –certezza che nel nostro secolo abbonda– sia in ragione inversa del loro sapere?

Amico. Ma scusate, non avete voi or ora sostenuto di condividere la convinzione che la specie umana vada costantemente migliorandosi?!

Tristano. Certo, certo. Vedete, io faccio queste riflessioni così per discorrere, e per filosofare un poco; non ch’io non sia persuaso di ciò che voi dite. Anzi ammetto che quand’anche vedessi il mondo tutto pieno d’ignoranti impostori da un lato, e d’ignoranti presuntuosi dall’altro, nondimeno crederei, come credo, che il sapere e i lumi crescano di continuo.

Amico. In conseguenza, credete voi davvero che questo secolo sia superiore a tutti i passati.

Tristano. Sicuro! Tutti i secoli, anche i più barbari, si credettero e si credono essere il non plus ultra dei progressi dello spirito umano, e che le loro cognizioni, scoperte e massime la loro civilizzazione difficilmente o in nessun modo potessero essere superate dai posteri, certo non dai passati. 
E così crede il mio secolo, ed io con lui. 

Amico. Insomma, pensate voi dunque circa la natura e i destini degli uomini e delle cose quello che ne pensano i giornali?

Tristano. Appunto. Credo ed abbraccio la profonda filosofia de’ giornali, i quali uccidendo ogni altra letteratura e ogni altro studio, massimamente grave e spiacevole, sono maestri e luce dell’età presente. Non è vero?

Amico. Verissimo. Se cotesto che dite è detto da vero e non da burla, voi siete diventato de’ nostri.

Tristano [facendo una specie di smorfia]. Sì certamente, de’ vostri.

Amico. Oh dunque, che farete del vostro libro? Volete che vada ai posteri con quei sentimenti così contrari alle opinioni che ora manifestate?

Tristano. [ridendo] Ai posteri? Io rido, perché voi scherzate; e se fosse possibile che non scherzaste, più riderei. Sapete anche voi, caro Amico, quale sia la sorte dei libri oggigiorno, sorte che io paragono a quella degli insetti chiamati effimeri: alcune specie vivono poche ore, alcune una notte, altre tre o quattro giorni; ma pur sempre di giorni si tratta… Ed è anche vero che molti libri oggi si scrivano in minor tempo che non ne bisogna a leggerli, non essendo che sciocchezze, barbarie, e soprattutto rancidumi, copie e ripetizioni. D’altra parte, essi durano giustamente a proporzione di quel che siano letti, l’usanza del secolo essendo divenuta quella che si stampi molto e che nulla si legga.

Amico. E in questo che dite proprio non mi ritrovo: io ho pur letto con diligenza il vostro volume!

Tristano. Eh, cosa volete che vi dica, il mondo parla costantissimamente in una maniera, ed opera costantissimamente in un’altra… Amico mio, questo secolo è un secolo di ragazzi, e i pochissimi uomini che rimangono si debbono andare a nascondere per vergogna, come quello che camminava diritto in paese di zoppi. E questi buoni ragazzi vogliono fare in ogni cosa quello che negli altri tempi hanno fatto gli uomini, e farlo appunto da ragazzi, così a un tratto senza altre fatiche preparatorie. Anzi vogliono che il grado al quale è pervenuta la civiltà, e che l’indole del tempo presente e futuro, sollevino essi e i loro successori in perpetuo da ogni necessità di sudori e fatiche lunghe per divenire atti alle cose.

Amico. E anche qui mi sento obbligato di contraddirvi: chiedete pure a chi volete, mai mi son sottratto alle fatiche né ad alcun lavoro, per quanto gravoso!

Tristano. Guardate, o io m’inganno, o rara è nel nostro secolo quella persona lodata generalmente, le cui lodi non siano cominciate dalla sua propria bocca. D’altro canto è assai poco comune la capacità dei giovani di guardarsi dal parlare molto di sé…tanto è l’egoismo, tanta l’invidia reciproca, tanta l’esibizione che muove le azioni degli uomini d’oggi! Al punto che a voler esser lodato o stimato dagli altri, bisogna per necessità intonar sempre altamente e precisamente alle orecchie loro: “Io vaglio assai più di voi!”.
Mi diceva, pochi giorni sono, un mio amico, uomo di maneggi e di faccende, che anche la mediocrità è divenuta rarissima; quasi tutti sono inetti, quasi tutti insufficienti a quegli uffici o a quegli esercizi a cui necessità o fortuna o scelta li ha destinati. Ecco, se proprio devo dirvi, in ciò mi pare che consista ciò che differenza questo dagli altri secoli: in tutti gli altri, come in questo, il grande è stato rarissimo; ma negli altri la mediocrità ha tenuto il campo, in questo la nullità. 
Ma viva la statistica! vivano le scienze economiche, morali e politiche, le enciclopedie portatili, i manuali, le macchine, le gazzette e le tante belle creazioni del nostro secolo! E viva sempre questo nostro secolo! Forse povero di cose, ma ricchissimo e larghissimo di parole: che sempre fu segno ottimo, come ben sapete.  

Amico [sospettoso]. Caro Tristano, voi parlate, a quanto pare, un poco ironico…Ma dovreste almeno all’ultimo ricordarvi che questo è un secolo di transizione!

Tristano. Oh e che concludete voi da cotesto? Tutti i secoli, più o meno, sono stati e saranno di transizione, perché la società umana non sta mai ferma; sicché cotesta bellissima parola, tran-si-zione, o non scusa affatto il nostro secolo, o tale scusa gli è comune con tutti gli altri. Resta a cercar di capire, andando la società per la via che oggi si tiene, a che si debba riuscire, cioè se la transizione che ora si fa, sia dal bene al meglio o dal male al peggio. Forse volete dirmi che la presente è una transizione che procede verso l’eccellenza, cioè un passaggio rapido da uno stato della civiltà ad un altro diversissimo dal precedente. In tal caso chiedo licenza di ridere di cotesto passaggio rapido, e rispondo che tutte le transizioni conviene che siano fatte adagio; perché se si fanno a un tratto, di là a brevissimo tempo si torna indietro, per poi rifarle a grado a grado. Così è accaduto sempre. La ragione è che la natura non va a salti, e che forzando la natura, non si fanno effetti che durino. Ovvero, per dir meglio, quelle tali transizioni precipitose sono transizioni apparenti, ma non reali.

Amico. Vi prego, non fate di cotesti discorsi con troppe persone, perché vi acquisterete molti nemici.

Tristano. Poco importa. Sono abituato da tempo ad essere odiato da’ miei concittadini, i quali mi accusano di prendere poco piacere di molte cose che sogliono essere amate e cercate dalla maggior parte degli uomini. Oramai né nemici né amici mi faranno gran male.

Amico. Sappiate allora che verrete maggiormente disprezzato come poco curante del progresso della civiltà e dei lumi, e come poco intendente della filosofia moderna.

Tristano. Mi dispiace molto, ma che ci debbo fare? se mi disprezzeranno, cercherò di consolarmene. So bene che la mia filosofia (se volete onorarla con questo nome) non è di quel genere che si apprezza ed è gradito in questo secolo…D’altra parte, è abitudine risaputa del genere umano non odiare mai tanto chi fa del male, né il male stesso, quanto piuttosto chi lo nomina. Ma so bene che, gran rimedio della maldicenza come delle afflizioni dell’animo è il tempo: e tanto più fermi ed imperturbati ci mostreremo noi nel non curarci dell’altrui disprezzo e nel seguitar oltre, tanto più presto ciò che fu condannato in principio, o che parve strano, sarà tenuto per ragionevole e per regolare.
Quanto alla filosofia moderna, ebbene, caro Amico, me ne dichiaro certissimamente poco intendente: d’altronde, come diceva già un pensatore francese, gli antichi parlavano sempre di costumi e di virtù, allorché i moderni non parlano d’altro che di commercio e di moneta. Ed è gran ragione: perché le virtù e i buoni costumi non possono stare in piedi senza il fondamento dell’industria; la quale provvedendo alle necessità giornaliere, e rendendo agiato e sicuro il vivere a tutti, renderà le virtù stabili e proprie dell’universale. Molto bene! E intanto, in compagnia dell’industria, la bassezza dell’animo, la freddezza, l’egoismo, l’avarizia, la falsità e la perfidia mercantile, ovvero tutte le qualità e le passioni più depravatrici e più indegne dell’uomo incivilito, sono in vigore, e moltiplicano senza fine; mentre le virtù si aspettano. 

Amico [incredulo e stupito]. Ma insomma, avete voi infine mutato opinioni o no? E che se ne deve fare di questo libro?

Tristano. Bruciarlo è il meglio. Non volendolo bruciare, serbarlo come un libro di sogni poetici, d’invenzioni e di capricci malinconici, ovvero come un’espressione dell’infelicità dell’autore, sì, ecco: perché in confidenza, mio caro Amico, io credo felice voi e felici tutti gli altri; ma io quanto a me, con licenza vostra e del secolo, sono infelicissimo; e tale mi credo; e tutti i giornali de’ due mondi non mi persuaderanno del contrario. Ecco allora che, scrivendo questo libro, ho almeno potuto esprimere la mia protesta, la mia vendetta verso il mondo e, quasi, anche verso la virtù.

Amico. Sentite, io non conosco le cagioni di cotesta infelicità che dite. Ma se uno sia felice o infelice individualmente, nessuno è giudice se non la persona stessa, e il giudizio di questa non può fallare.

Tristano. Verissimo. Ma quando mi torna in mente il costume di quei barbari, che per ciascun giorno infelice della loro vita, gittavano in un cesto una pietruzza nera, e per ogni dì felice, una bianca, penso a quanto poco numero delle bianche è verisimile che, alla morte di ciascheduno, fosse trovato in quei recipienti, e quanta gran moltitudine delle nere…E similmente, desiderando vedermi davanti tutte le pietruzze dei giorni che mi rimangono, vorrei aver facoltà di gittar via tutte le nere, riserbandomi solo le bianche: quantunque io sappia bene che non farebbero gran cumulo…

Amico. E io invece son convinto che molti, per lo contrario, quando anche tutti i sassolini di cui voi parlate fossero neri, e anzi nerissimi, vorrebbero potervene aggiungere, anche dello stesso colore: perché tengono per fermo che nessun sassolino sia così nero come l’ultimo. Insomma, fuor di metafora, vi do per certo che molti, del cui numero sono anch’io, giudicano che la vita sia più bella della morte (con buona pace di Salomone, Omero e di tutti i vostri filosofi antichi!).

Tristano. Come volete, forse avete ragione voi, e con voi la massa alle cui opinioni dite di conformarvi. Non mi resta allora che augurare a voi tutti una vita lunga, anzi lunghissima, molto più lunga assai di quella di alcun uomo del passato.

Amico. E, grazie a Dio, se mi permettete, in questo la scienza e la medicina moderne han fatto davvero passi da gigante.

Tristano. Eh già, la tanto decantata arte di vivere lungamente…Ma vedete, caro Amico, riconosciuta la impossibilità della vita ad essere felice, a cosa giova averla tanto lunga? Meglio ci gioverebbe, anzi, averla breve. 

Amico. Oh cotesto no: perché la vita è bene da sé medesima e ciascuno la desidera e l’ama naturalmente.

Tristano. Eh, così credono gli uomini; ma s’ingannano: come il volgo s’inganna pensando che i colori siano qualità degli oggetti; quando non sono degli oggetti, ma della luce. Dico che l’uomo non desidera e non ama se non la felicità propria. Perciò non ama la vita, se non in quanto la reputa instrumento o subbietto di essa felicità. In modo che propriamente viene ad amare questa e non quella, ancorché spessissimo attribuisca all’una l’amore che porta all’altra. Vero è che questo inganno e quello dei colori sono tutti e due naturali. Ma che l’amore della vita negli uomini non sia naturale, o vogliamo dire non sia necessario, vedi che moltissimi ai tempi antichi elessero di morire potendo vivere, e moltissimi ai tempi nostri desiderano la morte in diversi casi, e alcuni si uccidono di propria mano. Cose che non potrebbero essere, se l’amore della vita per sé medesimo fosse natura dell’uomo.

Amico. Di grazia, Tristano, rispondetemi sinceramente: se l’uomo vivesse e potesse vivere in eterno, dico senza morire, credete voi che non gli piacerebbe?

Tristano. Non essendo mai vissuto in eterno non posso rispondervi per esperienza; né mai ho parlato con alcuno che fosse immortale. Ma credo basti ricordare il caso del divino Chirone, maestro di Achille, il quale, annoiandosi coll’andar del tempo della vita, domandò a Giove licenza di morire e morì. O anche la favola dei due fratelli che, chiesta a Giunone –come ricompensa per la pietà da loro dimostrata verso la dea– il maggior bene che possa cadere negli uomini, vennero da quella ricompensati colla morte. Or dunque: se l’immortalità rincresce agli Dei, ditemi perché mai dovrebbe essere apprezzata dagli uomini?
La verità, caro Amico, è che la vita è un dono ben calamitoso, e il non vivere, o il viver meno, sì per estensione che per intensione, è semplicemente un bene, o un minor male, ovvero preferibile per sé ed assolutamente alla vita; e la morte, invece, è il bene maggiore che possa capitare agli uomini. Così non è quindi che per un’illusione che si piange la morte dei figli, dato che perdendo la vita non hanno perduto nulla, anzi hanno guadagnato!

Amico [rimasto atterrito dalle parole di T.]. Ah, le vostre parole mi fanno rabbrividire…Possibile che non riusciate a vederli quei beni, quei…piaceri, sì, che tanto appassionano gli uomini e li rendono…se non felici, quanto meno allegri, contenti, soddisfatti infine di vivere!

Tristano. Uh, vi prego, non citatemi i piaceri! Non c’è forse cosa che tanto consumi ed abbrevi o renda nel futuro infelice la vita, quanto i piaceri. Il piacere, caro Amico, nessuno lo conosce per pratica, ma solo per speculazione: perché il piacere non è reale: è un desiderio, non un fatto; un sentimento che l’uomo concepisce col pensiero, e non prova; o per dir meglio, un concetto, e non un sentimento. E, d’altra parte, in grandissima parte i piaceri non sono tali se non in quanto noi ci siamo fatti delle ragioni e delle abitudini perché lo siano. Ovvero essi procedono più dalla nostra immaginativa che dalle qualità proprie delle cose piacevoli. I piaceri, in somma, sono tutti infinitamente vani. 
Certo, a noi pare spesso di provar del piacere dicendo, o fra noi stessi o con altri, che noi ne abbiamo provato. Ma non è altro che misera opera di auto-persuasione! Non ci accorgiamo infatti che, nel tempo stesso di qualunque nostro diletto, per quanto desiderato infinitamente, e ottenuto con fatiche indicibili, non potendoci accontentare di quello, stiamo già in attesa di un goder maggiore e più vero, nel quale consista in somma quel tal piacere. E altro non ci rimane che la speranza cieca di goder meglio e più veramente in altra occasione, e il conforto di fingere e narrare a noi medesimi di aver goduto…Tanto è vero che il piacere –quel piacere che l’uomo vede continuamente ritirarsi e fuggire, sempre impossibile da afferrare in questa vita– non può mai esser presente, e, in quanto tale, non può mai essere.  

Amico. Ma andiamo, non negherete che esistano voluttà in grado di renderci più gradito il vivere? 

Tristano. Certamente! Anzi oggigiorno le voluttà rappresentano lo strumento di lode maggiormente inseguito dagli uomini; i quali non solamente, ottenendole, se ne vantano e ne fanno infinite novelle cogli amici e cogli estranei, con chi vuole e con chi non vorrebbe udire; ma, oltre di ciò, ne desiderano e ne procurano moltissime non come voluttà ma esattamente come cagione di lode e di fama, e come materia da gloriarsi. E moltissime anche se ne attribuiscono o non ottenute o pure non cercate o finte del tutto!

Amico. E sentiamo, allora, Tristano, ditemi che vivremmo a fare?!

Tristano. Chiunque consente di vivere, non lo fa ad altro effetto né con altra utilità che di sognare; cioè credere di avere a godere, o di aver goduto; cose ambedue false e fantastiche. E, priva com’è di piacere, la vita viene a mancare del suo fine, e non si riduce ad altro che ad una continua pena, un non mai interrotto e mai soddisfatto desiderio e bisogno di felicità. Onde vivente e infelice siano quasi sinonimi.

Amico [ormai esasperato]. E, se così è, perché non fate allora sfoggio di coerenza e –Dio mi perdoni– non ponete fine a questo calvario che è per voi l’esistenza? Anzi, mi chiedo perché ancora non l’abbiate fatto?

Tristano. Già, perché? Non sapete quante volte mi son fatto questa domanda…Vedete, io credo che se, pur avendo provato più male che bene e pur avendo sperimentato che la vita ad altro non si riduce che a dolore e noia, se nonostante tutto questo –dico– noi tuttavia ci contentiamo ed anche desideriamo di vivere ancora, ciò non è che per l’ignoranza del futuro, cioè per il timore di incorrere in miseria maggiore, e per un’illusione della speranza: ignoranza e illusione senza le quali non vorremmo più vivere, credetemi, come noi non vorremmo rivivere nel modo che siamo vissuti. L’animo umano è sempre ingannato dalla speranza, e sempre ingannabile; sempre deluso dalla speranza medesima, e sempre capace di esserlo; posseduto dalla speranza nell’atto stesso dell’ultima disperazione, e impossibilitato a esserne abbandonato. Anche chi si uccide da sé non è veramente senza speranza, la quale è una passione così inerente e inseparabile dal sentimento della vita (così come l’amore di sé) che chiunque spera sempre, in ciascun momento della sua vita. E così facendo dimentica e discrede quell’acerba verità che avea poste nella sua mente altissime radici. 
State ben certo che tutto a questo mondo si fa per la semplice e continua dimenticanza di quella verità universale: che tutto è nulla. 

Amico [scandalizzato]. E voi ora, Tristano, non soltanto delirate, ma bestemmiate persino, facendo sembianza d’ignorare del tutto le dottrine della Chiesa! Le quali dovrebbero invece, quelle sì, frenarvi anche solo dal pensare a quell’ipotesi che –Dio me ne perdoni ancora– ho, per un moto di stizza, tirato in ballo.   

Tristano. Caro Amico, come potete pretendere ch’io mi conformi a quanto di più vile sia mai stato imposto all’uomo? Tra gli effetti più nefasti della religione, il maggiore è stato proprio quello di rendere la morte, che la Natura ci destinò per medicina di tutti i mali, e che sarebbe un conforto dolcissimo alla vita nostra piena di tanti dolori, di renderla –dicevo– temutissima anziché sommamente desiderata. Instillando il dubbio terribile di una vita ultraterrena, il cristianesimo ha tolto al pensiero della morte ogni dolcezza, e lo ha reso il più amaro di tutti gli altri. La conseguenza è che si vedono gl’infelicissimi mortali temere più il porto che la tempesta, e rifuggire coll’animo quel solo rimedio e riposo alle angosce e agli spasimi della vita. 
Parlano allora stoltamente quelli che dicono che il suicidio non possa seguire senza una specie di pazzia, essendo impossibile senza questa il rinunziare alla speranza; anzi, al contrario, tolti i sentimenti religiosi, è una felice e naturale, ma vera e continua pazzia, proprio il seguitare sempre a sperare e a vivere, ed è contrarissimo alla ragione, la quale ci mostra troppo chiaro che non v’è speranza nessuna per noi. Perciocché, laddove tutti gli altri animali muoiono senza timore alcuno, la quiete e la sicurtà dell’animo sono escluse in perpetuo dall’ultima ora dell’uomo. Questo mancava a tanta infelicità della specie umana!

Amico. E insomma, se osate spingervi fino a questo punto, ammetterete che il levarsi dal mondo di mera volontà propria uccidendosi di propria mano sia, per lo meno, l’atto che più di tutti ripugna la Natura? Che sia l’atto più contrario a Natura che si possa commettere? Giacché tutto l’ordine delle cose sarebbe sovvertito se quelle si distruggessero da sé stesse!

Tristano. E come potrebbe essere contro-Natura desiderare ardentemente ciò che libera l’uomo da tutti i mali, e insieme coi beni gli toglie i desideri? Ciò che, al contrario, proprio la Natura ci offre quale unico evidente e calcolato rimedio delle nostre infelicità, ovvero come il nostro sommo bene? E che cosa sarebbe, invece, secondo Natura: forse il vivere infelici? Strano sarebbe che, non avendo la Natura volontà o potere di farmi felice, avesse facoltà di obbligarmi a vivere…
Se la Natura, per necessità della legge ciclica di distruzione e riproduzione, e per conservare lo stato attuale dell’universo, è essenzialmente regolarmente e perpetuamente persecutrice e nemica mortale di tutti gl’individui d’ogni genere e specie (ch’ella dà in luce e comincia a offendere e perseguitare dal punto medesimo in cui li ha prodotti); se la felicità dell’uomo è alla Natura del tutto indifferente (essendo la Natura in alcun modo diretta alla felicità degli esseri sensibili o degli animali); se l’esistenza non è per l’esistente (non avendo per suo fine l’esistente né il suo bene); se il fine dell’universo è il male, e non v’è altro bene che il non essere: come può allora reputarsi contrario alla Natura che io consideri costantemente di fuggire l’infelicità in quel solo modo che hanno gli uomini di fuggirla?

Suono di campane a morto.

Amico. Sentite?! Qualcuno se n’è andato…a seguire i vostri foschi ragionamenti ci sarebbe da festeggiare, nevvero?…Eppure non penso che gli amici più cari, i familiari più prossimi di questo nostro fratello stieno festeggiando, tutt’altro…E sapete? Vi compatisco, sì, compatisco la vostra durezza, la vostra mancanza di pietà per il genere umano, la crudele ironia con cui, fingendo di ritrattare le vostre opinioni, vi mettete a scherzare su argomenti tanto seri…

Tristano [sempre più infervorato] Ma non capite che, se mi dolessi piangendo, darei noia non piccola agli altri, e a me stesso, senza alcun frutto. Ridendo invece dei nostri mali, trovo qualche conforto; e procuro di recarne altrui nello stesso modo. Dicono i poeti che la disperazione ha sempre nella bocca un sorriso…Ed è davvero mirabile che nell’uomo, il quale infra tutte le creature è la più travagliata e misera, si trovi la facoltà del riso, aliena da ogni altro animale.
Non dovete pensare che io non compatisca all’infelicità umana. Ma non potendosi riparare con nessuna forza, nessuna arte, nessuna industria, nessun patto all’universale miseria della condizione umana, stimo assai più degno dell’uomo, e di una disperazione magnanima, il ridere dei mali comuni, che il mettermene a sospirare, lagrimare e stridere insieme cogli altri, o incitandoli a fare altrettanto.  E quanto più la materia del riso è seria, tanto esso è dilettevole. 

Amico. Basta, ora vi lascio, non ho più voglia di ascoltarvi. Ho anzi voglia di rientrare in società, in compagnia di quegli uomini che voi tanto odiate [fa per andarsene]. 

Tristano. Odio, odio, sì… Io che sono del tutto impenetrabile all’odio…Io che dall’odio verso tutta la nostra specie sono così lontano che non posso odiare nemmeno quelli che mi offendono, e che sono pronto a eleggere di patire piuttosto io che esser cagione di patimento agli altri…Io che coltivo una filosofia che, facendo rea d’ogni cosa la Natura e discolpando gli uomini totalmente, combatte la misantropia, e di sua natura tende a sanare e a spegnere quell’odio che tanti, i quali non vorrebbono esser chiamati né creduti misantropi, portano però cordialmente, ogni giorno, a’ loro simili…Io che combatto la freddezza e l’assoluto, universale, accanito e sempre crescente egoismo d’oggidì; io che contrasto l’ambizione, l’interesse, la perfidia, l’insensibilità… Io che ho per inclinazione non di odiare gli uomini ma di amarli! 

Amico. Voi amare gli uomini? Non siate ridicolo, per buona grazia.

Tristano. Invece è per l’appunto il “ridicolo” che ho cercato di perseguire nei miei ragionamenti…Perché ritengo che proprio le armi del ridicolo, massime in questo ridicolissimo e freddissimo tempo, possano giovare più di quelle della passione, dell’affetto, dell’eloquenza; e anche più di quelle del ragionamento.  
Perseguendo il ridicolo ho tentato di abbattere la vile prudenza che ci agghiaccia e lega e rende incapaci d’ogni grande azione, riducendoci come animali che attendono tranquillamente alla conservazione di questa infelice vita senz’altro pensiero. E ho voluta render al tutto manifesta la mia intolleranza di ogni simulazione e dissimulazione, di tutte quelle maschere e travestimenti abitualmente adoperati dagli uomini per ingannare gli altri o per non essere conosciuti.
So che sarò stimato pazzo, ma so ancora che tutti gli uomini grandi hanno avuto questo nome, e che la carriera di quasi ogni uomo di gran genio è cominciata dalla disperazione. E hanno questo di proprio le opere di genio: che, quando anche rappresentino al vivo la nullità delle cose, quando anche dimostrino evidentemente e facciano sentire l’inevitabile infelicità della vita, quando anche esprimano le più terribili disperazioni, servono pur sempre di consolazione.

Amico [con triste amarezza]. Bella consolazione che ci affidate, ostentando la vostra disperazione e inculcano negli uomini la necessità della loro miseria e la vanità della vita…Il che non può dare altro frutto che prostrarli d’animo e spogliarli della stima di sé medesimi. Insomma, una consolazione senza speranza alcuna per il bene della nostra specie.

Tristano. Ancora una volta vi sbagliate: vi giuro che io desidero quanto voi, e quanto qualunque altro, il bene della mia specie in universale; e pur tuttavia non lo spero in nessun modo; né mi so dilettare e pascere di certe buone aspettative, come veggo fare a molti filosofi in questo secolo. E la mia disperazione, per essere intera, e continua, e fondata in un giudizio fermo e in una certezza, non mi lascia luogo a sogni e immaginazioni liete circa il futuro…
Sapete, io stimo l’universo un neo, un bruscolo, un granellino di sabbia; l’esistenza, per sua natura ed essenza sua propria e generale, è un’imperfezione, un’irregolarità, una mostruosità. E tutti i mondi che esistono, per quanti e quanto grandi che essi siano, non essendo però certamente infiniti né di numero né di grandezza, sono per conseguenza infinitamente piccoli a paragone di ciò che l’universo potrebbe essere se fosse infinito; e il tutto esistente è infinitamente piccolo a paragone della infinità vera, per dir così, del non esistente, del nulla. 
E, essendo che ogni parte dell’universo si affretta infaticabilmente alla morte, tempo verrà che esso universo, e la natura medesima, sarà spenta. E nel modo che di grandissimi regni ed imperi umani, e loro maravigliosi moti, che furono famosissimi in altre età, non resta oggi segno né fama alcuna; parimente del mondo intero, e delle infinite vicende e calamità delle cose create, non rimarrà pure un vestigio; ma un silenzio nudo, e una quiete altissima, empieranno lo spazio immenso. Così questo arcano mirabile e spaventoso dell’esistenza universale, innanzi di essere dichiarato né inteso, si dileguerà e perderassi. 

Amico [ormai del tutto sconsolato]. Mio Dio, è la vostra filosofia ad esser spaventosa…Basta, non posso starvi ad ascoltare oltre! Pregherò per voi, affinché, totalmente privo come siete di devozione verso Dio, almeno un po’ della Ragione di questo secolo possa farvi visita. Vi lascio, addio.

Tristano [rimasto solo]. Andate, andate, non voglio turbarvi oltre. Mi auguro solo che le vostre preghiere non abbiano effetto: se lascio volentieri ai miseri e ai deboli la finta credenza in un Dio provvidente, ovvero in un ente a noi superiore di senno e intelletto il quale disponga ogni nostro caso e conduca di continuo tutti gli avvenimenti (e tutti a fin di bene!), nondimanco della vostra Ragione, caro Amico, non saprei proprio che farmene…Ma non vedete che è proprio la Ragione, di cui tanta pompa l’uomo si fa sopra gli altri animali e del di cui accrescimento e perfezionamento si fa consistere quello dell’uomo, a rendere quest’ultimo miserabile e incapace, non dico di essere felice, ma anche solo meno infelice! La Ragione che è quindi il principale ostacolo alla nostra felicità e strumento stesso di infelicità! 

[con concitazione crescente, rivolto al pubblico] E lo stesso dicasi della società, causa originaria e continua dell’infelicità umana! L’uomo, che secondo natura sarebbe vissuto isolato e fuor della società, ogni volta che si presenta nel mondo, vedendosi respinto, il suo amor proprio mortificato, i suoi desideri frustrati o contrariati, le sue speranze deluse, non concepisce veruna passione fuorché quella della disperazione, e le sue passioni si spengono. È invece nella solitudine che, essendo lontane le cose e la realtà, le passioni, i desideri, le speranze se gli ridestano!

[si ferma, si guarda intorno, osserva sé stesso e infine torna a rivolgersi al pubblico] Mi compatite anche voi, non è vero? A cosa serve continuare questi ragionamenti se non a tormentarmi ulteriormente? Non sapete quante volte mi sono trovato a benedire gli spiriti piccoli, o distratti, o poco esercitati a riflettere…E a invidiare gli uccelli, sì avete capito bene, gli uccelli: i quali per lo più si dimostrano nei moti e nell’aspetto lietissimi, per natura dinotando una disposizione speciale a provare godimento e gioia. E cantano, cantano per ogni diletto e ogni contentezza che hanno; e quanto è maggiore il diletto o la contentezza, tanto più studio e lena pongono nel cantare.

Si sentono uccelli cantare

Sentito? Eccoli che arrivano! E non pensate anche voi che fu davvero notabile provvedimento della Natura l’assegnare a un medesimo genere di animali il canto e il volo, in guisa che la loro voce potesse spandersi all’intorno per maggior spazio, e pervenire così –ricreandoli con la loro voce– a maggior numero di uditori? E che tale canto fosse pubblico? Così facendo gli uccelli paiono applaudire alla vita universale e incitare gli altri viventi ad allegrezza, facendo continue testimonianze, ancorché false, della felicità delle cose.
E si capisce che ciò dipende dal loro essere esenti dalla noia: cangiano infatti luogo a ogni tratto, passando da paese a paese, e dall’infima alla somma parte dell’aria in poco spazio di tempo e con facilità mirabile. E così facendo veggono e provano nella vita loro cose infinite e diversissime, godendo tutto giorno spettacoli immensi e variatissimi! E dall’alto scoprono, a un tempo solo, tanto spazio di terra e distintamente scorgono tanti paesi quanti appena l’uomo potrebbe abbracciare con lo sguardo! E esercitano continuamente il loro corpo, volgendosi sempre qua e là, sempre si aggirano, si piegano, si protendono, si crollano, si dimenano; e lo fanno con indicibile vispezza, agilità e prestezza di moti! Di modo che gli uccelli hanno grandissima parte di quell’immaginativa feconda, leggera e fanciullesca, da cui deriva loro non pensieri gravi e funesti bensì buoni e utili alla giocondità dell’animo.
E allora, così come Anacreonte desiderava potersi trasformare in ispecchio per esser mirato continuamente da quella che egli amava, o in gonnellino per coprirla, o in unguento per ungerla, o in acqua per lavarla, o in fascia, che ella se lo stringesse al seno, o in perla da portare al collo, o in calzare, che almeno ella lo premesse col piede; similmente io vorrei, per un poco di tempo, essere convertito in uccello, per provare quella contentezza e letizia della loro vita. 

[dopo aver pronunciato le ultime parole con sguardo estasiato-inebetito, si ferma, riassume un contegno serioso e si rivolge verso la platea] Perdonate, se potete, questo assalto di immaginazione…Sappiate che parecchie volte mi accade di aver quasi una compagnia di persone in capo che stieno ragionando, e ogni menomo soggetto che mi si appresenti al pensiero mi basta a farne tra me e me una gran diceria. Non che questo interrompa la mia tristezza; eppur, tuttavia, se questa è per la più parte del tempo come una notte oscurissima, senza luna né stelle, l’immaginazione prende talvolta le sembianze di un lieve crepuscolo, in grado, forse, di dar pregio alla vita; ed è solo allora che mi par di scorgere un barlume di allegrezza.

Sipario.

  

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