ARBASINO a VOGHERA: prima parte

Spesso il male di vivere incontravo 
A Voghera, ma non lo salutavo 
(A. Arbasino)

0.
Questa città ci si restringe addosso, come un abito di tessuto cattivo. È giusto chiamarla una città di sergenti, ricordare che non è mai stata più di una guarnigione sul confine tra il Piemonte e Milano, e che non è mai arrivato altro che qualche cadenza dialettale insolita, da Genova attraverso l’Appennino, o lungo la via Emilia dai ducati vicini: buona per tenerci truppe, tante o poche a seconda dell’andamento di qualche guerra di Successione; e se rilevi la struttura urbanistica, è da caserma: non ci sono architetture nobili, niente palazzi, né belle chiese, nessun monumento, e basta una facciata rifatta in economia, con le brutte sporgenze colorate, a rovinare le vecchie strade con le due guide di sasso in mezzo, che almeno avevano un colore, e mi piacevano quando ero piccolo. Del resto, non è mai esistita qui una nobiltà, né grande né misera, e sono poche le famiglie che riescono a mantenersi nel giro dei notabili per più di due o tre generazioni. […] È anche giusto che sia Depretis l’unico personaggio rappresentativo nato nella zona.
A parte le vecchie imprese di laterizi, ereditarie, in campagna, orgogliose di fondazioni avvenute duecento anni fa, e favorite dalle due ultime guerre, la città non ha industrie proprie; solo filiali di complessi tessili o meccanici di importanza nazionale, mandate avanti da direttori che nessuno di noi conosce; ma le fabbriche locali sono fallite molto male, una dopo l’altra nei primi anni del dopoguerra. Le piccole proprietà frazionano la campagna intorno; e i treni della linea di Milano sono pieni mattina e sera di centinaia di persone; resistono per qualche anno alle scomodità del viaggio, e al più presto si trasferiscono altrove, in un appartamentino preso vendendo quel poco che hanno, e dove moriranno presto le vecchie della famiglia, senza abituarsi al nuovo tipo di vita. (Appunti sull’amore del pomeriggio)

1.
Alberto Arbasino […] nasce a Voghera (PV), in via Mazzini 6, il 22 gennaio 1930, poco dopo la mezzanotte, in Acquario, da Edoardo e da Gina Manusardi, primo di tre fratelli (Raffaele Manica, Cronologia, p. XCV)

Venne invece la crisi del ’29, e così, vendendo una vigna sempre rimpianta, Edoardo acquistò una farmacia (già Baratta, in via Emilia, rifacendola in “stile Novecento”) (Cronologia, p. XCV)

La casa di Voghera è un elegante palazzo «finto-storico» nella stessa via Emilia dove c’è la farmacia, «attigua alle storiche pasticcierie di ferri battuti e specchi, davanti ad antiche vie di navigli e stallazzi e passages». (Raffaele Manica,Cronologia, p. XCVIII)

Un palazzo “puro Quattrocento ferrarese” ricostruito “in stile” negli anni Venti con effigi graffite di Brunelleschi e altri artefici sotto il cornicione ligneo, e bassorilievi marmorei sul balcone d’angolo, accanto alla “Casa Lunga” di transizione, in via Mazzini, sempre di fianco a San Sebastiano, ove il pittore locale Paolo Borroni è sepolto praticamente sotto il letto della nonna che così ascolta i canti in chiesa. (Cronologia, p. XCVIII)

«Bello, come edificio; peccato che abbia i negozi sotto e la chiesa attaccata. Non è lo stile del Quattrocento di Firenze rifatto dai capomastri?
«Il modello seguito dall’architetto di qui è a Ferrara, Palazzo dei Diamanti, ma lo ha seguito male» disse Anna Maria, e l’altro ammirava la sua cultura. (Una indagine del ’48)

Il palazzo Dattili della Torre, dove risiedeva la famiglia Arbasino (che possedeva la farmacia a pian terreno)
La Chiesa di San Sebastiano: dalle indicazioni fornite da Arbasino («il pittore locale Paolo Borroni è sepolto praticamente sotto il letto della nonna»), l’abitazione attigua dovrebbe essere la sua casa natale: tuttavia l’attuale numerazione civica non coincide con quella indicata da Manica (qui siamo infatti in via Mazzini 1 e non 6,: quest’ultima numerazione corrisponde invece all’abitazione di fronte)
L’interno barocco della Chiesa di San Sebastiano
La tomba del pittore vogherese Paolo Borroni (1749-1819)

2.
Alberto studia presso la scuola elementare Dante Alighieri e poi al Regio Liceo-Ginnasio Severino Grattoni di Voghera (Raffaele Manica, Cronologia, p. C)

L’ultimo anno di guerra passava a scuola tra scoppi di gaiezza folle, o spaventose depressioni, ugualmente assurde. Non si riusciva a passar più di un mese fra le medesime pareti. Inaugurato l’anno come sempre nei consueti locali del nostro Liceo, non era ancora passata una settimana che ce ne dovevamo venir via dopo un bombardamento della stazione vicina: un pezzo di pensilina divelta a volo al di qua della strada, sfondato il tetto e rovinato giù nel gabinetto di chimica distruggendo l’impianto. Il Liceo fu dichiarato zona pericolosa, e le nostre belle aule rimaste vuote venivano riempite di paglia di tanto in tanto per mandare a pernottarci i tedeschi di passaggio, bivaccavano esercitandosi al tiro al bersaglio sulle lavagne. (Povere mete)

La scuola elementare Dante Alighieri
Liceo-Ginnasio Severino Grattoni

3.
Noi eravamo riparati all’Istituto Agrario in aperta campagna. (Povere mete)

Istituto tecnico agrario Carlo Gallini

4.
Chi ci ospitò alla ripresa delle scuole furono i Barnabiti tenutari di un istituto che fabbricava promozioni a pagamento in concorrenza con le scuole statali […]. Dai Barnabiti avevamo aria, luce, e un tavolino singolo con ribaltina e seggiola impagliata per ciascuno si noi, ma i tenutari non ci potevano soffrire perché ridevamo e facevamo versacci, perciò tentavano ostinatamente di cacciarci col pretesto del cattivo esempio dato ai loro interni, e ci riuscirono nonostante tutte le scuse del nostro corpo insegnante, il giorno che durante un allarme aereo parecchi di noi erano scappati sul campanile per vedere i movimenti delle squadriglie, e di là un nostro condiscepolo si era messo a pisciare su un gruppo di Padri che si trattenevano aspettando le bombe in giardino col naso in su. (Povere mete)

Santuario della Madonna della Salute (Chiesa dei Barnabiti) e parrocchia

5.
Martedì giovedì e sabato andavamo in certe stanzette della canonica di San Giovanni, sgombrate dall’Azione Cattolica, proprio ai piedi del campanile. […] Le stanzine di San Giovanni erano bugigattoli polverosi al pianterreno, con finestrine e porticine che era necessario tenere aperte per non soffocare, quando tornò la buona stagione, e si aprivano sui giardini pubblici dove ci involavamo fra un’ora e l’altra, sulle panchine e sugli alberi, e il professore sulla porta a battere pazientemente le mani per chiamarci.  (Povere mete)

Chiesa di San Giovanni (campanile): i giardini pubblici citati potrebbero corrispondere a quelli del Castello Visconteo, benché nella realtà non siano contigui alla Chiesa (dalla quale li separa via del Castello, percorribile in un paio di minuti)…
…a meno che la chiesa che ha ispirato il riferimento del racconto non sia quella di San Rocco (di cui nella foto si vede il campanile): il retro della chiesa si affaccia in effetti sui Giardini Sandro Pertini

NOTA:
La Cronologia della vita di Arbasino, con informazioni fornite dallo scrittore stesso (riportate in tondo) e da Raffaele Manica (in corsivo), figura nel primo volume dei Meridiani dedicati allo scrittore vogherese: A. Arbasino, Romanzi e racconti, Milano, Mondadori, vol. 1., 2009.
Da questo volume sono tratti anche tutti i racconti citati, originariamente apparsi nelle raccolte Le piccole vacanze del 1957 (poi rivista dall’autore fino alla terza e definitiva edizione pubblicata da Adelphi nel 2007) e L’anonimo lombardo del 1959.

Tutte le fotografie sono state scattate l’8 luglio 2020.

Qui la seconda parte

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