IPERCONNESSI: DISTANZIAMENTO SOCIALE e CRITICITÀ MEDIATICHE

Il distanziamento sociale che una parte consistente dell’umanità sta conoscendo a causa della pandemia da Covid-19 non solo ha cambiato rapidamente le nostre abitudini ma ha aperto scenari più o meno probabili sul futuro prossimo delle società umane. E naturalmente tali scenari hanno a che fare con l’uso delle tecnologie digitali: se già da anni ­–almeno dall’avvento di Internet e poi dei social network e degli smartphone­­– ci si interroga sui cambiamenti a cui i nostri corpi e le nostre menti sono sottoposti, diventa ancora più opportuno riflettervi adesso che l’emergenza legata al Coronavirus ha ampliato la categoria degli iperconnessi (per riprendere il titolo di una felice inchiesta televisiva del 2018).

Ora, è certamente vero che ­–da sempre­– ogni tecnologia al momento della sua comparsa, e ancora per molto tempo a seguire, suscita resistenze (è successo, per esempio, con l’avvento di media come scrittura, stampa e televisione); e non si può tacere che, sotto la cappa della proteiforme tragedia che stiamo vivendo (i cui costi saranno pagati soprattutto dalle categorie sociali più deboli), s’intravedono anche delle spinte di segno non del tutto negativo: basti pensare al ricorso al telelavoro. Tuttavia non penso sia ozioso mantenere la guardia alta e non smettere di indagare gli strappi prodotti in vari ambiti dall’accelerazione digitale, mettendoli a confronto con le possibili ricadute positive. Ci soffermeremo, in particolare, su tre aspetti: scuola, politica, uso dei social network. 

1. La scuola è stata investita da subito dalle misure legate al contenimento del virus: la chiusura degli istituti è stato infatti uno dei primi provvedimenti presi. Ciononostante, più che suscitare riprovazioni o lamentazioni, tale situazione ha immediatamente portato al centro dell’attenzione le varie possibilità offerte dalla “didattica online”, con servizi televisivi pronti ad esaltare le scuole efficienti che si erano prontamente messe in moto per offrire le lezioni a distanza. Questa narrazione ben si inseriva in quel processo che da anni ha portato ad un’aziendalizzazione dell’istruzione pubblica, fatta di competitività e concorrenza (tra i vari istituti, tra gli studenti e tra i docenti stessi), di burocratizzazione crescente, della tendenza a trattare gli studenti come «lavoratori in pectore» e impresari di sé stessi (da stimolare nella precoce costruzione di un curriculum), di promozione delle eccellenze, dell’impiego di una «neolingua ammiccante» (di cui i comunicati del Miur rappresentano un esempio tristemente emblematico). È infatti difficile non vedere nella retorica entusiastica con cui si parla della tecnologia applicata all’istruzione una «divinizzazione capitalistica del digitale» (Eleonora, De Conciliis, Che cosa significa insegnare?, Napoli, cronopio, 2014, p. 166) che replica una «concezione efficientistica della didattica» (Massimo Recalcati, L’ora di lezione, Torino, Einaudi, 2014, p. 26). 

Fortunatamente alcune voci si sono levate a mettere in guardia da un’adesione acritica della scuola pubblica alle possibilità offerte dalla Rete: Matteo Saudino ­–professore di filosofia e storia che da alcuni anni ha avviato un fortunatissimo canale youtube– ha per esempio fin da subito parlato del rischio che la didattica online si riveli uno strumento estremamente classista (dato il divario digitale esistente tra studenti e famiglie, così come tra aree diverse del Paese), e che finisca per trasmettere l’idea che la presenza fisica degli insegnanti non sia, dopo tutto, così necessaria; Marco Meotto ha ragionato su come le modalità emergenziali con cui il Ministero ha rapidamente decretato l’applicazione della didattica a distanza, esautorando inevitabilmente i collegi docenti, possano attentare alla libertà d’insegnamento, accelerando la strisciante privatizzazione della scuola pubblica nella sua resa «all’economia dei big data» (l’uso di strumenti “offerti” dai grandi colossi dell’informatica, a partire da Google/Alphabet, comporta infatti la vendita a queste aziende della «profilazione dei comportamenti digitali degli studenti»); e problemi analoghi sono stati sollevati relativamente alla didattica universitaria.

Ora, è vero che la tecnologia si rivela uno strumento molto utile per mantenere le relazioni, potendo eventualmente anche offrire nuove prospettive del fare scuola. Questo non deve però farci dimenticare che la sospensione delle lezioni avrà una ricaduta più pesante per gli studenti che provengono da famiglie culturalmente meno attrezzate, aggravando le certificate difficoltà dell’istruzione italiana a fare da ascensore sociale, e vanificando la principale missione educativa di quest’istituzione: fare uscire gli studenti dalla loro bolla famigliare, rendendo possibile il loro «incontro con altri mondi» (M. Recalcati, L’ora di lezione cit., p. 67)[1]

Da ultimo, l’iperattivismo digitale di molti insegnanti in queste settimane ­mi sembra sia il riflesso di un senso di colpa ormai interiorizzato e legato alla sempre più scarsa percezione sociale della professione che svolgono; e allo stesso tempo pare anche rivelare l’ansia di non poter più controllare il tempo di apprendimento degli studenti (se è vero che «monitorare minuziosamente gli eventi, le menti e i comportamenti degli allievi costituisce […] il massimo godimento identitario del docente»: E. De Conciliis,Che cosa significa cit., p. 38). Ecco allora che tra i pochi effetti positivi della telescuola potrebbe esserci proprio un allentamento della «pedagogia dell’alta velocità» e della «tirannide della valutazione continua» (E. De Conciliis, Che cosa significa cit., p. 144n20), nonché di quella sempre più accentuata omologazione dei programmi che è ostacolo alla sperimentazione e al libero uso del pensiero critico da parte dei docenti.

2. Anche la politica in queste settimane ha visto un’accelerazione delle pratiche di comunicazione digitale; e ciò è accaduto a tutti i livelli, dal Governo centrale (con l’uso a dir poco disinvolto di Facebook da parte del Presidente del Consiglio) agli amministratori locali. Mi pare per esempio evidente che la pratica da parte di questi ultimi di comunicazioni quotidiane via social nasconda, dietro il comprensibile e anche nobile desiderio di tenere informata la popolazione (magari cercando di chiarire aspetti come divieti e sanzioni), un compiacimento demagogicamente orientato ad accrescere i propri consensi presso i cittadini: il protagonismo da social network può infatti essere usato sia come prova auto-evidente e perciò inattaccabile del proprio impegno, sia, di conseguenza, come uno scudo contro ogni possibile critica (la stigmatizzazione del dissenso essendo un effetto collaterale tipico di uno stato d’emergenza). 

Una buona testimonianza di ciò è rappresentata dai video quotidianamente diffusi dal sindaco del mio comune su Facebook (in cui, oltre ad offrire dati sulla situazione del locale ospedale, il primo cittadino può invitare la cittadinanza ad «evitare comportamenti da poliziotti privati» o viceversa ringraziarla per il rispetto delle normative, oltre a ricordare un po’ paternalisticamente che –in risposta alle richieste arrivategli da più parti– non ha l’autorità per imporre misure più restrittive di quelle già decise dal Governo centrale): i molti commenti entusiasti degli utenti a tali video sembrerebbero confermare come, in tempi di emergenza, il rilancio della propria immagine mediatica  risulti per un politico certamente vincente in termini consenso.

3. I social network, così come le applicazioni che consentono videochiamate di gruppo, si stanno confermando strumenti preziosi per offrirci occasioni di vicinanza e incontro (rimanendo ciascuno nella propria casa). Tuttavia il ricorso massiccio ai social in tempo di quarantena generalizzata può accentuare alcune derive ormai ben note: dalla rapida propagazione di notizie approssimative e/o false, al narcisismo che fatalmente i social solleticano, all’aggressività sfogata troppo facilmente e in grado di alimentare una vera e propria gogna mediatica. 

Rientra in quest’ultimo caso quanto è capitato ad un’amica sgarbatamente additata nei commenti a un post apparso nella pagina Facebook animata dagli abitanti del suo comune:

Tale esempio dimostra come attraverso i social si sia potuto fomentare quel clima ­da caccia alle streghe che ha portato molti ­­–anche sulla scia di certi titoli di quotidiani­– a denunciare supposti assembramenti di persone apparentemente irrispettose delle ordinanze. In particolare, alcune espressioni utilizzate nei commenti sopra riportati, come donzella e super laureata, ricalcano abbastanza fedelmente quei tic linguistici che, da alcuni anni a questa parte, sono stati sdoganati da certi politici populisti, campioni sfacciati di maschilismo e disprezzo per l’istruzione. 

Ecco allora che, a maggior ragione in tempi di iperconnessione, continua ad essere importante divulgare e praticare un uso sano della comunicazione online: i princìpi elencati nel Manifesto della comunicazione non ostile, promosso qualche anno fa dall’associazione triestina Parole O_Stili, continuano in questo a rappresentare una bussola utilissima.

NOTE:

[1] Una missione ancora più importante per una generazione che ha visto venir meno ogni forma di contestazione della famiglia di origine: l’adolescente di oggi, infatti, fatica ad identificarsi «come soggetto autonomo al di là del nucleo familiare o in opposizione ai suoi valori», essendo incapace «di comprendere i limiti socioculturali di tale nucleo, vissuto anzi da molti come rifugio sociale» (E. De Conciliis, Che cosa significa cit., p. 83).

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