Depressione e tabù (in memoria di una vita)

Com’è potuto diventare tollerabile che così tante persone, e in particolare così tante persone giovani, siano malate? La «piaga della malattia mentale» che affligge le società capitaliste lascia intendere che, anziché essere l’unico sistema che funziona, il capitalismo sia innatamente disfunzionale (Mark Fisher, Realismo capitalista)

1. La depressione è ancora un tabù nella nostra società? Se lo sono chiesto in molti negli ultimi anni e, incrociando riflessioni e dati statistici, sembra difficile non rispondere positivamente. Eppure “essere depressi” non è un’espressione così aliena dai nostri discorsi: a moltissimi sarà capitato di pronunciarla o di sentirla sulla bocca di altri. La verità, però, è che quasi sempre si tratta di un equivoco: come è stato scritto, intorno a questo tipo di malessere aleggia infatti un «generale clima di leggerezza e fraintendimento». Questa reazione, allo stesso tempo ingenua e iper-razionalista, nasconde evidentemente una paura profonda con cui non riusciamo a fare i conti: il mondo iperconsumistico in cui viviamo, e che ha metabolizzato ­–e, in un certo senso, favorito­– la liberazione dell’individuo dai vincoli della società patriarcale tradizionale, non ha evidentemente alcun interesse a sdoganare una riflessione seria sulla depressione. D’altra parte, se la narrazione dominante è quella della felicità a ogni costo (si veda E. Cabanas, E. Illouz, Happycracy: come la scienza della felicità controlla le nostre vite, Torino, Codice edizioni, 2019) e se «il comportamento umano viene uniformato a una sola dimensione, quella del “successo nella vita”» tale per cui chi non ce la fa «deve essere considerato l’unico responsabile del suo fallimento» (M. Boarelli, Contro l’ideologia del merito, Bari-Roma, Laterza, 2019, pp. 18 e 81), è abbastanza ovvio che chi mostra di non corrispondere agli ingranaggi del sistema vada esorcizzato: potrebbe infatti rappresentare un’istanza critica e gettare così un’ombra pericolosa sul nostro vivere quotidiano.

2. Da ciò mi pare derivino due atteggiamenti apparentemente opposti ma probabilmente figli di una stessa cultura. Da una parte, come detto, la difficoltà di discutere pubblicamente e in maniera seria di una patologia di cui, secondo l’Organizzazione mondiale della Sanità, soffrirebbero quasi 300 milioni di persone; e che causerebbe circa 800mila suicidi ogni anno. Dall’altro lato, la sempre più insistita medicalizzazione che ha portato ad un aumento vertiginoso dell’uso degli antidepressivi (già negli anni ’90 il Prozac era il farmaco più venduto al mondo), spesso prescritti anche per disagi psichici non immediatamente classificabili come forme depressive gravi. D’altra parte una stessa crescita esponenziale hanno conosciuto i farmaci ansiolitici (+ 23,1%, in Italia dal 2015 al 2018): essi rappresentano evidentemente una risposta cercata da molti a un male di vivere che, intaccando la nostra performatività, vuole essere messo a tacere nel minor tempo possibile (anche se, molto spesso, si finisce per agire sui sintomi senza toccare le cause profonde). Al di là degli effettivi benefici che alcune persone possono aver trovato nei medicinali, questi dati sembrerebbero tuttavia avallare ­­–come è stato rilevato– «l’idea che l’unico modo per curare il disagio mentale siano gli psicofarmaci», col che «non si fa altro che perpetuare un’idea di società sbagliata e di conseguenza produrre più disagio mentale, che cureremo con più psicofarmaci facendo la felicità solo delle aziende farmacologiche».  

3. Mi è capitato recentemente di ricevere la notizia di una donna che si è tolta la vita gettandosi sotto a un treno; la mia reazione costernata ­non è però stata condivisa da altre persone che erano con me in quel momento: le loro parole rilanciavano infatti cinismo e incapacità di comprendere. Come se chi decidesse di suicidarsi potesse sempre avere un’altra possibilità; come se una scelta che contraddice le logiche razionali che guiderebbero le nostre vite non possa essere giustificabile.

Nei giorni successivi la stampa locale ha ripreso la notizia e ha riportato un dettaglio tanto dolente quanto rivelatore, ovvero le ultime parole affidate a Facebook con cui Costanza, 57 anni, rivelava il suo fardello:

«…la guerra contro la depressione è fatta di molte battaglie, parti sperando di vincere, poi, perdi e ti affidi a medici, psicologi e farmaci con dosaggi più o meno alti. E ti sembra di farcela, di vincere…Quando pensi di farcela ecco che lei, subdolamente riappare, e tu cosa fai? Ricominci i farmaci, vai avanti a piangere, il più possibile di notte, per non pesare sugli altri, per non farti vedere debole, perché pensi di essere forte, cominci a non dormire più, a sentire il tuo dolore sempre più pesante dentro il cuore. Un cuore che nascondi nel cinismo, e nella speranza che lui si fermi, che smetta di battere. Il dolore ti riempie i polmoni, ti opprime, ma tu fingi e vai avanti,cerchi di lavorare e di essere moglie e madre, ma speri sempre di non essere più nulla. Il Nulla, quello che senti dentro di te, il desiderio di non essere, di non esistere, di non soffrire. Ecco, ho perso l’ennesima battaglia di questa lunghissima e lacerante guerra e anche oggi ha vinto lei!”.

Sono parole quasi insostenibili; eppure forse insegnano anche qualcosa, soprattutto a chi sembra sottovalutare il baratro a cui può portare un grave disagio psichico e allo stesso tempo pare convinto che sia sempre possibile giustificare ogni scelta umana rimanendo dentro ai binari della razionalità (un atteggiamento che nasconde anche la pretesa di poter facilmente giudicare le scelte altrui, quando ­­–almeno da Freud in poi– sappiamo bene che la storia di ognuno è talmente profonda da essere in gran parte sconosciuta persino a noi stessi).

Ciò che mi colpisce delle parole di Costanza è soprattutto il richiamo a quel “fare finta”, come se un corollario inevitabile della depressione fosse una sorta di stigma sociale, una vergogna da cui occorre difendersi innalzando uno scudo di “normalità” apparente; ma se chi soffre così tanto cerca di fare di tutto per non farsi «vedere debole» non significa forse che la debolezza è, nel nostro mondo, ormai avvertita come un lusso che nessuno può permettersi di mostrare? Siamo davvero così spietati di fronte alla sofferenza ­–nostra e altrui– da aver introiettato una sorta di rifiuto per tutto ciò che contraddice il paradigma della resilienza, della tenacia a ogni costo, della positività a prescindere?

4. In questa “società della prestazione”, iperattiva e accelerata, e in cui la salute è stata elevata a nuova divinità, sentimenti negativi come tristezza e angoscia tendono ad essere anestetizzati ed esclusi dall’ambito delle possibilità. Ecco allora che, al di là del vissuto di ogni essere umano, molte forme di depressione (ma anche di iperattività e frenesia nervosa) possono forse «essere meglio comprese  –e meglio combattute– attraverso schemi che sono impersonali e politici, piuttosto che individuali e “psicologici”», come esortava il compianto filosofo e attivista britannico Mark Fisher. Secondo la sua analisi, una delle caratteristiche di quel sistema vampiresco e parassitario che è il Capitalismo sarebbe la responsabilizzazione assoluta del singolo individuo; da essa discende l’individualizzazione estrema, la privatizzazione e depoliticizzazione di ogni questione e quel senso di colpa (ci si auto-accusa delle proprie miserie) che sfocia nella depressione: 

L’ontologia oggi dominante nega alla malattia mentale ogni possibile origine di natura sociale. Ovviamente, la chimico-biologizzazione dei disturbi mentali è strettamente proporzionale alla loro depoliticizzazione: considerarli alla stregua di problemi chimico-biologici individuali, per il capitalismo, è un vantaggio enorme. Innanzitutto, rinforza la spinta del Capitale in direzione di un’individualizzazione atomizzata (sei malato per colpa della chimica del tuo cervello); e poi crea un mercato enormemente redditizio per le multinazionali farmaceutiche e i loro prodotti (ti curiamo coi nostri psicofarmaci) (Mark Fisher, Realismo capitalista, Roma, Nero, 2018, p. 84).

In un mondo in cui anche le più superficiali terapie di intervento psicologico tendono spesso «al ripristino e al rafforzamento, nel più breve tempo possibile, dell’efficienza soggettiva rispetto alla norma sociale», ribadendo la logica della performance e alimentando il mito di «un soggetto che raggiunge il suo stato di salute psicofisico nel momento in cui rimuove l’idea del possibile fallimento dall’orizzonte esperienziale» (F. Chicchi, A. Simone, La società della prestazione, Roma, Ediesse, 2017, pp. 67, 115), occorre sforzarsi di immaginare che un’altra logica è non solo possibile ma necessaria. Se paura, depressione, frustrazione, cinismo e autosegregazione sono il portato di un’epoca in cui i «valori del mercato hanno invaso ogni recesso della vita umana, definendo il modo in cui la maggior parte della gente è costretta a interpretare la realtà» (Ronald Purser, La meditazione che fa bene al capitale in Internazionale n°1341, 17/1/2020 [originariamente apparso sul Guardian]), occorre trovare la forza di rompere quella membrana di separatezza e ritiro nel nostro mondo individuale verso cui siamo spinti.

Se «il lamento dell’individuo depresso, “niente è possibile”, è concepibile soltanto in una società che ritenga che “niente è impossibile”» (Byung-Chul Han, La società della stanchezza, Milano, nottetempo, 2012, p. 27), conviene liberarsi il prima possibile da questo «eccesso di positività» (ibidem); farsi testimoni del negativo, abbandonare il paradigma dell’esistenza come competizione continua (prima di tutto con sé stessi), recuperare spazi di attenzione e ascolto profondi, verso di sé e verso gli altri: un programma minimo per una rivoluzione sempre più urgente. 

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