Tracce di trovatori nella musica pop (prima parte): Julia Holter

Language is such a play (J. Holter, Silhouette)

Talentuosa musicista losangelina classe 1984, Julia Holter ha all’attivo 6 album, cui vanno aggiunti una colonna sonora e una versione live in studio di alcune sue canzoni già pubblicate in precedenza. Al di là delle diverse declinazioni che il suo ispirato avant-pop ha assunto nel corso della sua carriera, una delle caratteristiche ricorrenti dei suoi lavori sono i riferimenti letterari da cui hanno spesso tratto ispirazione. Se l’album d’esordio Tragedy (2011) era una rilettura della tragedia euripidea di Ippolito, e Loud City Song (2013) s’ispirava al racconto di Colette Gigì (da cui poi il celebre musical), non sono poche le canzoni della Holter a rivendicare esplicite filiazioni letterarie: da Virginia Woolf e Frank O’Hara (citati rispettivamente in “Our Sorrows” e “Moni Mon Ami” dall’album del 2012 Ekstasis) a Christopher Isherwood e ancora Colette (fonti di due brani –“How Long” e “Lucette Stranded On The Island”– dell’acclamato Have you in My Wilderness del 2015). E non fa eccezione anche l’ultimo disco della musicista americana, l’ambizioso doppio album Aviary uscito nel 2018: se già il titolo omaggia un racconto della scrittrice (e artista) franco-americana-libanese Etel Adnan, diverse sono le canzoni che attingono a fonti ricavate dalla letteratura (da “I Would Rather See You”, che contiene versi dal frammento n°16 di Saffo nella traduzione di Anne Carson[1], alla traccia conclusiva “Why Sad Song”, il cui testo si basa su una trascrizione fonetica di “Kyema Mimin”, uno dei brani nati dalla collaborazione tra il chitarrista americano Steve Tibbetts e la monaca e cantante buddista nepalese Choying Drolma). Vogliamo però concentrarci su altri due brani, “Chaitius” e “I Shall Love 2”, che contengono entrambi riferimenti espliciti alla letteratura medievale (antico-francese, provenzale e italiana); è d’altra parte la stessa Holter ad aver parlato di una specie di «medieval future imagery» a proposito di alcuni dei testi dell’album, così come è lei stessa ad aver fatto questa dichiarazione eloquente a proposito del suo processo creativo:

I think of art as theories of translation. Art is a recycling, a sharing across generations. Everything is translation, translation. Everything seems to me that way. It just makes sense to me to do these kinds of writing procedures. And it’s literally just so fun. […] I don’t know how my work fits in any tradition, but I know that I think of my work as translation.

Attingere dalla tradizione per farsi ponte tra le generazioni; interpretare il proprio lavoro, e l’arte in generale, come una traduzione continua: dati questi presupposti non stupisce di ritrovare nei testi della Holter così tanti stimoli derivanti dalla letteratura occidentale, dall’antica Grecia al ‘900 inglese e americano, passando per le letterature romanze del Medioevo.

1. Il primo dei brani “medievali” di Aviary è “Chaitius”, terza traccia del primo disco dell’album[2]. Come dichiarato nel libretto, il testo include parole tratte dalla celebre canzone del trovatore occitano Bernart de Ventadorn (vissuto nel terzo quarto del XII secolo) Can vei la lauzeta mover, «uno dei testi più affascinanti della poesia medievale»[3]. Interessante, anche a questo riguardo, ascoltare le parole della stessa musicista:  

I like to play with language always in general, but especially on this record […] When I started making the song “Chaitius” I was excited because it seems like this fantasy that I’ve been dreaming of was coming true of like past and future kind of more with different languages are coming together, in this case English and bits of medieval Occitan from a famous troubadour poem from the Middle Ages Can vei la lauzeta mover, and just this world of like vocoders and voices swirling around kind of pocketing medieval style…and it was exciting that that was possible. 

La reminiscenza –attraverso strumenti classici ed elettronici insieme­– della musica medievale è qui accompagnata da un testo che, alternando parole inglesi e termini provenzali, attinge ampiamente dalla canzone di Bernart de Ventadorn (in particolare, dalle prime due strofe, dalla quinta e dalle ultime due). Inoltre, come è indicato anche da uno spazio bianco che divide il testo della canzone della Holter in due parti, “Chaitius” sembra riprodurre il doppio “movimento” della poesia, in cui all’iniziale esaltazione della gioia incontenibile dell’innamorato (simboleggiata dal moto dell’allodola verso il sole) fa seguito la disperata malinconia del poeta stesso: resosi conto dell’irraggiungibilità della donna amata, egli assume infine un atteggiamento di disillusione verso l’amore stesso, auto-infliggendosi un esilio volontario e dichiarandosi “chaitius” (ovvero “prigioniero”, ma anche “afflitto”).

Si vedano a confronto il testo cantato da Julia Holter e quello di Bernart de Ventadorn (nei quali abbiamo evidenziato con il grassetto i termini in comune):

Open my wings with
joy[4]
See mo cor sun ray 
to you
I feel so alove
Joi!
I can’t wait
En sai butter mo cor
eu you
Lauzeta, sweet in the melting world
Lo mon
The bananas are getting yellow
Don’t let me forget
Please take my temperature
Swoop up
Lauzeta, sweet in the melting world Love me at the moon
Jauzion
Alas 
Mylas
Lauzeta
Quiet, ai las!
Who will tell me what to do?
Tell me what to say
Don’t say to feel so alove
No more say
Chazer in here
So I fall
Chaitius
No sai on
Chaitius
I
Can vei la lauzeta mover
de joi sas alas contra·l rai,
que s’oblid’ e·s laissa chazer
per la doussor c’al cor li vai,
ai! tan grans enveya m’en ve       5
de cui qu’eu veya jauzion,
meravilhas ai, car desse
lo cor de dezirer no·m fon. 

II 
Ai, las! tan cuidava saber            10
d’amor, e tan petit en sai!
Car eu d’amar no·m posc tener
celeis don ja pro non aurai.
Tout m’a mo cor, e tout m’a me,
e se mezeis e tot lo mon;
e can se·m tolc, no·m laisset re    15
mas dezirer e cor volon.[…] 

V
D’aisso·s fa be femna parer
ma domna, per qu’e·lh o retrai,
car no vol so c’om voler,               35
e so c’om li deveda, fai.
Chazutz sui en mala merce,
et ai be faih co·l fols en pon;
e no sai per que m’esdeve,
mas car trop puyei contra mon.     40
[…] 

VII
Pus ab midons no·m pot valer
precs ni merces ni·l dreihz qu’eu ai,50
ni a leis no ven a plazer
qu’eu l’am, ja mais no·lh o dirai.
Aissi·m part de leis e·m recre;
Mort m’a, e per mort li respon, 
e vau m’en, pus ilh no·m rete,       55
chaitius, en issilh, no sai on

VIII
Tristans, ges no·n auretz de me,
qu’eu m’en vau, chaitiusno sai on.
De chanter me gic e·m recre,
e de joi e d’amor m’escon.[5]           60

Interessante osservare come, al di là dei prestiti diretti dalla canzone occitana (e dell’uso di un paio di parole come joy ray che, pur scritte con grafia inglese, ricalcano i termini provenzali joi e rai), la canzone della Holter presenti anche delle riformulazioni di termini o concetti presenti nella sua fonte: 

  • Open my wings with joy si rifà evidentemente ai primi due versi della canzone provenzale (“Quando vedo l’allodola muovere / di gioia le sua ali verso il sole”)
  • I feel so alove è una sintesi della gioia descritta da Bernart ai vv. 5-8
  • In sweet in the melting world ritroviamo sia la “dolcezza” del v.4 (doussor), sia un’eco dell’immagine del cuore del poeta che si fonde per il desiderio (v. 9)
  • Swoop up (“sollevarsi di colpo”) fa eco sia al volo iniziale dell’allodola verso il sole sia a quanto il poeta dice al v. 40 (dove la sua “caduta” è motivata dal fatto di essersi spinto troppo in alto)
  • No more say riassume i vv. 52 e 55 (in cui il poeta dichiara di voler metter fine alle sue dichiarazioni di amore per la donna amata e, di conseguenza, al suo stesso canto poetico).
  • So I fall è una traduzione di Chazutz sui (v. 37)

2. Anche se è ispirata non ad un testo trobadorico ma più esattamente trovierico, inseriamo nella nostra analisi anche un altro brano di Aviary “I Shall Love 2”, che incorpora pure la traduzione di un verso dantesco. Come indicato nel libretto del CD, la prima strofa del brano è la traduzione di una «troubadour song» ma, per l’appunto, sarebbe più corretto parlare di trouvère song: in questo caso la fonte è infatti un testo in antico-francese (langue d’oïl). Più precisamente si tratta di un “mottetto” a 4 voci (“Plus bele que flors / Quant revient / L’autrier jouer / FLOS FILIUS EIUS”), un tipo di poesia per musica diffuso nell’ambito della Scuola di Parigi del XIII secolo. Si confronti la prima strofa di “I Shall Love 2” con la sua fonte (tratta dalla seconda parte del mottetto: il motetus vero e proprio o duplum):

“I am in love
What can I do?
Oh, I am in love
What can I do?That is all, that is all
There is nothing else
Who cares what people say?
I shall love” 
L’autrier joer m’en alai 
par un destor, 
En un vergier m’en entrai
por queillir flor.
Dame plesant i trovai,
cointe d’atour.
Cuer ot gai; 
si chantoit
en grant esmai:
“Amors ai!,
Qu’en ferai? 
C’est la fin, la fin
que que nus die, j’amerai!”[6]

Come si nota, il testo della Holter è una traduzione amplificata degli ultimi quattro versi del testo antico-francese, ovvero il contenuto del canto della fanciulla graziosa che il poeta dice di aver incontrato in un giardino. La cantante americana sottolinea il tema dell’inevitabilità dell’amore, ribadendo che amore è un sentimento totalizzante e che si ama indipendentemente dal giudizio degli altri (Who cares what people say? corrisponde a que que nus die: si allude qui ai “calunniatori” –i lauzengiers della poesia trobadorica­–, motivo topico della lirica cortese).

Dopo uno spazio bianco, la seconda strofa della canzone si apre con una citazione dantesca, tratta dal VII canto dell’Inferno

"why do you squander? 
why do you hoard?"
(J. Holter, "I Shall Love 2")

gridando: "Perché tieni?" e "Perché burli?"
(Dante, Inferno VII, v. 30)

Dante ritrae qui le due schiere di peccatori puniti nel IV cerchio, ovvero i prodighi e gli avari, la cui pena consiste ­–oltre che nello spostare col petto pesanti macigni– nel rinfacciarsi vicendevolmente il rispettivo peccato ogni volta che s’incontrano. Curioso tuttavia il fatto che la Holter abbia invertito le due domande presenti nel verso dantesco, mettendo prima quella che gli avari fanno ai prodighi (why do you squander? “perché sperperi?”) e poi quella che i prodighi rivolgono agli avari (why do you hoard? “perché accumuli?”). Il riferimento dantesco va evidentemente letto insieme ai versi successivi che completano la strofa:

“why do you squander? 
why do you hoard?” 
in all the human errors 
there is something true 
what do the angels say? 
I shall love

La riflessione fatta nella prima metà del brano sembra qui arricchirsi di un’altra sfumatura: se in ogni errore umano c’è qualcosa di vero, allora anche lo spreco o l’accumulo eccessivo (di amore?) possono essere ammessi di fronte al bisogno di amare come urgenza insopprimibile. Senza voler trovare necessariamente un’interpretazione, si può rilevare come la Holter abbia qui messo in comunicazione due testi ­–il mottetto antico-francese e la ripresa dantesca­– originariamente privi di correlazione: un esempio evidente e persuasivo della sua idea di arte come “riutilizzo” della tradizione.  

NOTE:

[1] Il nome della traduttrice (Anne Carson) e il titolo della sua raccolta di versioni in inglese dalla poetessa greca (If Not, Winter) emergono a mo’ di mesostico (tecnica ampiamente usata da John Cage) –evidenziato dall’uso delle maiuscole– all’interno del testo del brano: IF NOT WINTER ANNE CARSON IF NOT WINTER ANNE CARSON IF. Anne Carson, con il suo saggio “Decreation”, era stata citata da Julia Holter già come ispirazione per il suo album Ekstasis (2012).

[2] L’interesse di Julia Holter per il Medioevo si evince anche dall’occasione che ha generato il testo di un’altra traccia di Aviary “Voce Simul”, per il quale –come ha raccontato lei stessa–ha preso spunto da una frase in latino scovata in un trattato di musica medievale per poi creare delle frasi in un latino maccheronico. Nella stessa intervista la cantante americana ammette anche la sua fascinazione di lunga data per gli scribi medievali, e in particolare per la loro pratica della lettura ad alta voce. A ciò si aggiunga che la copertina dell’album sembrerebbe presentare, sullo sfondo, la riproduzione di una pagina di un manoscritto medievale.

[3] Lucia Lazzerini, Letteratura medievale in lingua d’oc, Modena, Mucchi, 2001, p. 95. In verità nel libretto del CD il titolo della poesia è storpiato in Can vie lauzeta mover. Una piccola trascuratezza che mi ha fatto venire in mente alcuni titoli storpiati di brani di Ennio Morricone nell’album di John Zorn The Big Gundown: John Zorn Plays the Music of Ennio Morricone (dove “Milano odia” diventa “Milano odeo” e “Svegliati e Uccidi” “Svegliatti and Uccidi”).

[4] In verità, all’inizio del brano la Holter esclama alcune parole che non sono riportate nel testo trascritto nel libretto: joy joy love you so alove(?)…wait wait [ripetuto 4 volte]…Oh I’m(?) so happy, I feel nice you joy joy love you so alove(?)…wait wait. E inoltre tra il primo e il secondo verso del testo riportato nel libretto la cantante aggiunge: with joy so joy I feel so joy.

[5] Bernart de Ventadorn, Canzoni, a cura di Mario Mancini, Roma, Carocci, 2003, pp. 130-132.

[6] Cito dalla trascrizione fatta da Hans Tischler in The Montpellier Codex, Madison, A-R Editions, Vol. 4., 1985, p. 3. Per un’analisi e una traduzione in italiano del mottetto si veda qui

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