Psicomagia (e violenza) di gruppo

L’appuntamento è per le 10:30: è una grigia domenica di metà novembre. Quando avevo ricevuto l’invito, ormai due mesi prima, avevo dato subito il mio assenso. Era stata una scelta abbastanza impulsiva, frutto di un misto di curiosità e desiderio di mettere alla prova la mia diffidenza.

Mi alzo presto, abbastanza controvoglia, ci sono lenticchie in umido da preparare. Non so bene cosa mi aspetta, anzi non lo so quasi per niente: cercando di non alimentare la mia ansia da controllo, questa volta ho deciso di non informarmi prima, di non cercare niente su internet, di buttarmi così, senza paracaduti mentali.

Quando arrivo a casa della mia amica ci sono già 9-10 persone: un paio le conosco, altre solo di vista, la maggior parte le incontro per la prima volta. Mentre aspettiamo gli altri, l’organizzatrice dell’incontro ci chiede se abbiamo bisogno della fattura (io avevo già pagato) e ci invita a scrivere il nostro nome su un foglietto e poi a piegarlo (in vista di un sorteggio? Inizio ad essere inquieto). Ecco arrivati gli ultimi partecipanti: ci si saluta e siamo pronti a cominciare.

Ci accomodiamo nella stanza adibita all’incontro, senza scarpe e con un cuscino o una coperta per stare più comodi. Seduta al centro di uno dei lati corti della stanza c’è già lei, la nostra “guida”: è una bella ragazza, dallo sguardo serio; ha una camicetta bianca e uno scialle sulle spalle. Dietro di lei, appoggiati al muro, ci sono delle riproduzioni di tarocchi formato A4; davanti, un mazzo di carte.

Fa una breve premessa (troppo breve, per quanto mi riguarda; mi sarei aspettato un’introduzione un po’ più approfondita), e poi si parte. Ha detto di non essere un’indovina, e di non predire il futuro: lei è solo una lettrice di tarocchi, allieva del figlio di Jodorowsky. Sorteggiamo (avevo visto giusto): la prima estratta è invitata a sedersi su un cuscino di fianco alla lettrice. E ora, come si procede? Io mi ero illuso che non fosse necessario esporsi, facendo domande riguardanti la propria vita; e invece mi sbagliavo. «Mescola il mazzo; disponi le carte davanti a te; e ora dimmi: cosa vuoi chiedere ai tarocchi?». L’atmosfera inizia subito a farsi pesante (almeno per me); inizio a sudare (la stanza è calda, c’è una stufa accesa). Penso che mi sono messo in trappola, che non ho domande da fare e, soprattutto, che non voglio dare in pasto ad altre persone mie questioni personali. 

Man mano che le consultazioni vanno avanti –per fortuna non sono stato ancora estratto, ho tempo per pensare–, inizio ad essere meno teso: ho elaborato velocemente una domanda, una domanda con la quale stare al gioco (al massacro?) ma allo stesso tempo riuscire a proteggermi. Per fortuna siamo tutti adulti, e quasi tutti –così mi pare– abbastanza consapevoli; molte richieste riguardano infatti aspetti non troppo intimi (un lavoro che si vorrebbe cambiare; un problemino di salute forse di origine psicologica; la voglia di cambiare città). Ma –è inevitabile– si toccano anche nervi scoperti, fallimenti personali, inadeguatezze e stanchezze esistenziali. E ad alcuni, la nostra lettrice dà, alla fine della consultazione, una specie di compito (mi pare di capire che è quello che si chiama “atto psicomagico”); si tratta di prove apparentemente assurde ma dal chiaro (ovvio?) significato simbolico: «vèstiti da Cristo e vai in giro a mendicare»; «vèstiti da militare e prendi a botte un manichino con i tuoi abiti» (per “curare” un eccesso di Super-Io); «vai da tua mamma travestito da donna» (la madre avrebbe voluto una figlia femmina). Ogni tanto, di fronte a questi scenari, scoppiamo in una risata collettiva, anche per sdrammatizzare la tensione. Una risata che però non contamina minimamente la nostra esperta di tarocchi, che rimane sempre seria e concentrata, sempre dentro alla sua parte.

Finalmente alle 13 e un quarto facciamo una pausa: d’altra parte siamo tutti stanchi e affamati (anche se mi sembra di essere uno dei pochi a provare un vero disagio). Il pasto è un toccasana: mangiamo vellutata di zucca nei piatti di ceramica fatti a mano dalla padrona di casa; anche le lenticchie sono ottime, così come la torta al cioccolato. Io cerco di allentare lo stress con un bicchiere di vino: funziona. Sono assonnato e scherzo con le poche persone che conosco: dico anche –tra il serio e il faceto– che non ho la minima voglia di tornare di là a sentire gli “affari degli altri”, e che questa introspezione collettiva mi lascia parecchio perplesso. Anche la lettrice di tarocchi ci raggiunge in cucina e in salotto, dove ci siamo distribuiti per il pranzo; non faccio troppo caso a lei, ma mi accorgo che si è seduta sul divano e mangia senza alterare minimamente la sua serietà; vedo anche che confabula con alcune delle persone che si sono già sottoposte al rituale, e che la circondano come un oracolo.

Alle 14 bisogna ricominciare (ci sono tempistiche rigide da rispettare), mancano ancora 8 persone. Riprendiamo, e il mio nome ancora non viene fuori. Nel frattempo, un po’ mi appisolo, un po’ ascolto i verdetti delle carte che riguardano gli altri. Penso che la lettrice è indubbiamente molto abile: i suoi giudizi sono convincenti ed espressi lucidamente; difficilmente si potrebbe fare di meglio avendo a disposizione 15-20 minuti e dovendo dare consigli a persone mai viste prime. Allo stesso tempo, però, penso anche che le sue riflessioni sono tutto sommato scontate (per capirlo non occorrono approfondite conoscenze psicanalitiche); va infatti a toccare sempre le stesse corde: complessi edipici, desideri inespressi, sessualità repressa, lutti non superati, famiglie ingombranti. Ma, al di là di questo, quello che proprio non mi convince è la dimensione di condivisione coatta: quale beneficio ci sarebbe nello spartire con altri alcuni pezzetti –più o meno scricchiolanti– della propria interiorità? Non c’è in ciò qualcosa di morboso? Eppure per alcuni dei partecipanti la cosa sembra naturalissima: c’è infatti chi si mostra chiaramente compiaciuto di riferire i fatti propri, come se provasse, nel rivelare agli altri una parte di sé, una forma di piacere narcisistico più che di sollievo. 

Il pomeriggio trascorre veloce, le estrazioni continuano. Rimaniamo in 4, poi in 3; e infine mi arrendo all’evidenza che il bigliettino con il mio nome è l’ultimo rimasto. Quando mi sento chiamare, raccolgo le energie residue (sono sfinito), mi alzo e mi siedo in postazione. Per un attimo avevo pensato di non collaborare, di denunciare il mio fastidio di fronte a questo rituale di intimità violate; ma i desideri di rivolta erano subito rientrati: non volevo fare il guastafeste, e mi sarei sentito in colpa per aver assistito alle confessioni degli altri senza mettere anche io in piazza qualcosa di me. E d’altra parte nessuno mi aveva obbligato a partecipare. 

Decido allora di stare al gioco, ma proteggendomi: cerco di guidare la seduta, schivando eventuali incursioni indesiderate e andando a parare là dove già avevo previsto. Ciononostante non posso certo dire di essere tranquillo: sono di fronte a un pubblico, e mi sento come se dovessi soddisfare i miei spettatori. Non so se la lettrice se ne accorge, però c’è una sua frase che mi colpisce: «tranquillo, qui sei in famiglia». Che significa? Le persone di questa stanza non rappresentano affatto per me una famiglia! Non basta certo a renderle tali il fatto di aver mostrato loro –e, per lo più, controvoglia– un angolo del mio privato. Eppure qualcuno di loro ­si dice disposto ad aiutarmi nel compiere l’atto psicomagico che mi è stato affidato (a dire il vero uno dei meno bizzarri della giornata); e a me queste parole paiono davvero qualcosa di non richiesto, una confidenza eccessiva, un aiuto di cui proprio non so che farmene.

 

 

L’indomani ripenso spesso all’esperienza del giorno prima: provo rabbia per un rito che, dietro una promessa di conforto creativo, mi è sembrato contenere una forma di violenza; e allo stesso tempo mi sento in colpa con me stesso per aver esposto il mio già traballante sistema nervoso ad un rischio di deragliamento davvero non necessario. 

Ne parlo con la mia analista, e le mie perplessità si fanno più consistenti: dove risiederebbe l’aspetto della cura in una pratica sfrontata che non sembra tutelare la sensibilità di chi vi si sottopone? Qual è etica di un consulto usa&getta che affida al “paziente” una proposta di soluzione a cui non farà seguito nessun altro riscontro, nessun altro dialogo? Non è imprudente affacciarsi brevemente sul mondo interiore di qualcuno senza preoccuparsi che, nell’eventualità che il consiglio offerto non sortisca effetti, quella persona potrebbe rischiare contraccolpi peggiori del problema che si è preteso di risolvere? E infine, di nuovo: la pratica della seduta collettiva, con la sua condivisione e intimità forzate, non aumenta il pericolo di riverberi potenzialmente devastanti, soprattutto in soggetti già fragili?

In conclusione mi chiedo anche quanto tutto questo abbia a che vedere con l’originale ibridazione di psicanalisi, arte, magia e sciamanesimo elaborata da Alejandro Jodorowsky. Pur non sapendone nulla, sospetto che, privata del carisma del suo fondatore e ridotta a formule tutto sommato prevedibili, la psicomagia corra il rischio di diventare, nelle narcisistiche e sempre più disgregate società neoliberiste, l’ennesima promessa di salvezza individuale: una terapia che, ammantata di un’aura di mistica estrosità, vende soluzioni superficiali, in fondo non troppo diversamente dai vari filoni –dalla pubblicistica sull’auto aiuto alla mindfulness– della fiorente industria della felicità.

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