«Cosa hai bisogno?»: osservazioni sull’italiano regionale parlato a Tortona (AL)

Quando alcuni anni fa la mia compagna, conosciuta da pochi giorni, mi domandò al telefono «Lì com’è?», la mia risposta dovette sembrarle un po’ bizzarra: «Mah, qui è un po’ nuvoloso» ricordo che le dissi con voce incerta. Il fatto che io non avessi colto pienamente il senso del suo quesito non dipendeva dall’imbambolamento provocato dall’incipiente innamoramento: più semplicemente lei, tortonese, aveva adoperato una costruzione che, se risulta perfettamente familiare ad un abitante della provincia di Alessandria (ma non solo), era per me, originario della provincia di Modena, del tutto inedita.

Ora, come si sa, l’Italia offre dal punto di vista linguistico una situazione tanto interessante quanto unica: la presenza ancora vitale dei dialetti e la recente –se paragonata a quanto accaduto in altri Paesi europei– conquista di una lingua comune (il cosiddetto italiano standard) fanno sì che anche tra i parlanti (compresi quelli culturalmente più avvertiti, e indipendentemente dal livello di conoscenza del proprio dialetto) emergano costantemente tratti connotati regionalmente. Basta pensare, per esempio, a quei macro-fenomeni linguistici che permettono immediatamente di riconoscere la provenienza settentrionale, toscana o centro-meridionale di un parlante italiano. Al di là dell’inflessione (quello che comunemente chiamiamo “accento”), nessuno di noi è infatti immune, quando apre bocca, dall’impiego di tratti sintattici e lessicali che svelano (grosso modo) da dove veniamo: tra i più evidenti, per esempio, l’estensione del passato prossimo a Nord contro quella del passato remoto a Sud; l’uso toscano dell’impersonale per la I persona plurale (il tipo noi si va); oppure le variazioni lessicali (i cosiddetti geosinonimi), tali per cui –per esempio– ai settentrionali formaggio papà corrispondono i toscani cacio babbo, mentre, man mano che si scende lungo la Penisola, anguria diventa cocomero e, ancora più a sud, melone. Insomma, nel parlato, l’italiano comune subisce la pressione dell’italiano regionale, e questo non solo, come si potrebbe sospettare, nelle situazioni comunicative più informali né soltanto tra parlanti di basso livello socio-culturale[1].

Data questa situazione, è sempre molto istruttivo (nonché, aggiungerei, divertente) il confronto linguistico tra italiani provenienti da aree geografiche diverse; e, affinché tale confronto sia produttivo, non occorre che a raffrontarsi siano, per esempio, un piemontese e un calabrese: quasi sempre bastano invece anche poche decine di kilometri di distanza. Ricordo ancora di avere letteralmente imparato espressioni nuove da una mia fidanzata che risiedeva a soli 25km da me, in un’area più orientale della provincia di Modena influenzata dall’italiano parlato nel bolognese.

Ma torniamo a Tortona, cittadina alessandrina a metà strada tra Genova e Milano in cui vivo stabilmente da agosto 2017, e che ho iniziato a frequentare tre anni prima. Nel corso di questi anni ho imparato a riconoscere alcune caratteristiche dell’italiano parlato nella città dei baci di dama. Ora, quasi mai i parlanti nativi di Tortona si rendono conto che tali forme sono regionalismi, ovvero tratti che si distanziano dall’italiano standard: il che è del tutto normale. Come ha infatti scritto la linguista Teresa Poggi Salani, «in moltissimi casi non è facile essere consapevoli del regionalismo, perché in realtà, per ciascuno di noi, l’italiano regionale è il nostro italiano». Le osservazioni che troverete più sotto, lo dico a scanso di equivoci, non vogliono pertanto in alcun modo essere una denuncia degli “errori” che i tortonesi commettono quando parlano: lungi da me! Si tratta semplicemente della messa in evidenza di alcuni fatti linguistici che, esclusi gli addetti ai lavori, solo chi è cresciuto parlando un’altra varietà di italiano riesce a percepire come peculiarità locali. D’altra parte, sarebbe altrettanto facile per un tortonese trapiantato a Sassuolo (città in cui sono nato e cresciuto) accorgersi di espressioni non standard di cui i sassolesi non sospetterebbero mai la non appartenenza alla lingua comune: per esempio, sentire nell’accezione di “assaggiare”, bagaglio nel senso di “oggetto di poco valore”, pattume per “immondizia”, dòrmia per “anestesia”, o ancora cocomera invece di cocomero. Se la lingua che parliamo contribuisce alla definizione dell’identità nostra e del gruppo sociale –famigliare, locale, nazionale– cui apparteniamo, questa piccola inchiesta vorrebbe confermare il valore del confronto quale strumento di reciproca conoscenza (oltre ad essere un omaggio alla mia nuova terra d’adozione).

Ecco quindi alcune deviazioni dall’italiano standard che mi è capitato di ascoltare, più o meno frequentemente, dalla viva voce dei tortonesi. Ho segnalato le forme a mio avviso più caratterizzanti, indicando prima i tratti più propriamente sintattici e poi quelli lessicali. Naturalmente non si tratterà di forme esclusive del territorio tortonese: alcune si ritroveranno infatti in aree linguistiche confinanti (come, per esempio, il Novese o l’Oltrepò) o, più in generale, in altre zone del Nord Italia.

  • il mancato impiego della preposizione di nella locuzione avere bisogno quando è seguita da un sostantivo: di qui una frase come Ho bisogno una penna in luogo di Ho bisogno di una penna. Mi pare si tratti di una forma particolarmente impiegata in alcune collocazioni (come in Ho bisogno un favore) e nelle frasi interrogative: Hai bisogno qualcosa? (per Hai bisogno di qualcosa?), Cosa hai bisogno? (invece di Di cosa hai bisogno?), Quando ce l’hai bisogno? (invece di Quando ne hai bisogno?). Questo tratto è ben testimoniato in Lombardia[2] e, più in generale, nelle varietà dell’italiano settentrionale così come nella Svizzera italiana.
  • utilizzo della locuzione a tempo con il significato di “allo stesso tempo, contemporaneamente” (ad esempio: Siamo arrivati a tempo). Si tratta di un’accezione che –se si esclude il contesto musicale (andare a tempo nel senso di “tenere lo stesso ritmo”)– non si ritrova nell’italiano standard, dove lo stesso significato è invece dato dalla locuzione a un tempo (che è tuttavia ormai percepita come desueta e letteraria). A tempo è registrata dai dizionari di italiano ma solo in quanto alternativa meno comune di in tempo (si tratta anche in questo caso di una forma letteraria –è presente, tra gli altri, in Alessandro Manzoni­– e che sopravvive soprattutto in Toscana). La locuzione si spiegherà come italianizzazione dell’espressione del dialetto tortonese rivà a téemp.
  • Capace a seguito da infinito, al posto dello standard Capace di: ad esempio: Non sei capace a fare niente! invece di Non sei capace di fare niente!
  • Essere bravo di, Essere interrogato di, Essere rimandato di + nome di una materia scolastica (ad esempio: Sei bravo di inglese? o Oggi mi hanno interrogato di italiano): si tratta di forme che ho sentito pronunciare più volte da studenti nel contesto scolastico. Ancora una volta troviamo una preposizione diversa da quella ammessa nella lingua comune, che in questo caso corrisponde a in (Sei bravo in inglese?Oggi mi hanno interrogato in italiano).  
  • L’uso della preposizione in davanti ai nomi di città di Alessandria e Tortona per esprimere i complementi di stato in luogo e moto a luogo (laddove lo standard prevede l’uso della preposizione a). Ad esempio: Lavoro in AlessandriaStasera facciamo un giro in Tortona. Più in particolare l’uso di in davanti a Tortona sembrerebbe limitato ai casi in cui s’intende specificare che si sta parlando del centro storico cittadino (per distinguerlo dalle aree più periferiche)[3].
  • l’inserimento dell’articolo la nell’esclamazione Per la carità! (la forma standard è Per carità!). In questo caso si tratta di un evidente calco dell’espressione dialettale par ra karità!
  • Per così con il senso di “in gran numero” (ad esempio: Ne abbiamo passate per così!). In particolare nelle espressioni Ce n’è per così Ne abbiamo per così (preceduto o seguito dalla preposizione di + sostantivo) col significato di “essercene/avercene in gran numero” (ad esempio: Ne abbiamo ancora di agnolotti? Eh, ce n’è per così!).
  • Uso di più in posizione finale in alcune forme di interrogative dirette. Ad esempio, Com’era più? col significato di “Com’è che era?”, quando cioè il parlante richiede una seconda volta un’informazione che aveva già ricevuto ma di cui non ha conservato memoria (in questo caso più ha una funzione sintattica non dissimile dall’inglese again in domande del tipo: What’s your name again? “Com’è che ti chiami?”)[4].    
  • Spostamento di perché in posizione finale in alcune interrogative dirette del tipo Non ti sei divertito, perché? (al posto di Perché: non ti sei divertito?). Perché non ha qui una funzione propriamente causale (restando all’esempio, non si desidera sapere il motivo del mancato divertimento) quanto pragmatica: si tratta infatti di un tipo di domanda orientata in cui il parlante compie un’inferenza nei confronti del suo interlocutore, chiedendogli conferma di un’informazione che ha già intuito. 
  • Utilizzo di delle volte col significato di “per caso, caso mai” (ad esempio: Non è che delle volte ti sei ricordato di portarmi il libro?). Nei dizionari di italiano l’unico significato riconosciuto a questo sintagma è quello di “talvolta, in certi momenti, in certi casi”.
  • Neanche per una balla nel senso di “assolutamente no, neanche per sogno”. In particolare questa espressione ricorre nella locuzione verbale non avercene neanche per una balla di (+ infinito) con il valore di “non avere la minima intenzione di”.
  • Impiego dell’ausiliare rimanere ­–in luogo degli standard essere venire insieme ai participi bocciato o promosso (ad esempio: Se non s’impegna, quest’anno rischia di rimanere bocciato). Trattasi di settentrionalismo attestato anche in un racconto di Fenoglio.
  • Non asciugarsene più gli occhi, ovvero “non riuscire più a togliersi d’impaccio da una determinata situazione”, “non uscirne più”. Tale espressione, attestata in dialetto[5], è forse accostabile a quella, registrata dai dizionari, di asciugare le lacrime di qualcuno nel senso di “consolare qualcuno”.
  • Un altr’anno con il valore di “l’anno prossimo” (ad esempio: Ci si rivede un altr’anno), e non con il senso più generico di “un anno diverso da quello attuale” (quindi non necessariamente il prossimo).
  • Tribulare invece di tribolare: evidente in questo caso l’attrazione esercitata dalla corrispondente forma dialettale tribülà.
  • Fare versi nel senso di “divertirsi, ridere insieme” (espressione probabilmente imparentata con quella, attestata in italiano, di (ri)fare il verso a qualcuno). A questa si possono affiancare anche le forme Fare un ridere e fare tanto di quel ridere (ad esempio: Ieri sera abbiamo fatto tanto di quel ridere!).
  • Lasciare giù con il significato di “stingere” (ad esempio: Questa maglietta lascia giù).
  • Spesso (agg.) con lo stesso valore di “pesante” riferito a una persona che si sopporta con difficoltà. Anche in questo caso siamo in presenza di un significato non registrato nei dizionari di italiano.
  • Marcio usato nelle accezioni di “bagnato”, “raffreddato”, “ubriaco” etc., laddove in italiano standard tale aggettivo indica qualcosa “che è in stato di decomposizione” o che è “moralmente guasto e corrotto”. Al limite la lingua standard ammette l’uso di marcio come rafforzativo in espressioni nel tipo essere ubriaco marcioavere torto marcio.
  • Ciocca con il significato di “vescica, bollicina della pelle”: si tratta di un termine attestato in Liguria[6]. Alla base di questa accezione potrebbe esserci il latino medievale clocca, da cui il settentrionalismo ciocca nel senso di “campana” (oggetto anch’esso caratterizzato da un rigonfiamento). I dizionari di italiano attribuiscono a ciocca solo il significato di “ciuffo di capelli” (accanto a quello, meno comune, di “gruppetto di foglie, frutti o fiori”).   
  • Investire qualcuno con il senso di “rivolgersi a qualcuno in maniera aggressiva e/o arrabbiata”. Si tratta di un sintagma ellittico in cui viene omesso un complemento che è invece necessario in italiano standard (dove lo stesso significato è indicato da investire qualcuno di parole/con ingiurie/con domande assillanti).
  • Coscritto nel senso di “coetaneo” (ad esempio: Lui è un mio coscrittoLa cena dei coscritti), laddove in italiano standard gli unici significati riconosciuti a questo termine sono quelli di “recluta, soldato di leva appena arruolato” o, nella locuzione padre coscritto, di “membro del senato dell’antica Roma”. Evidentemente si è qui verificato uno slittamento semantico, dovuto al fatto che le liste nelle quali venivano iscritti i soldati reclutati erano organizzate per anno di nascita[7].  

Alle forme qui elencate per connotare l’italiano parlato di Tortona se ne potrebbero aggiungere altre che, tuttavia, trattandosi di evidenti casi di parole dialettali in veste fonetica italiana, hanno uno statuto differente: mi riferisco a termini come storneggiatoscarnebbiare, balordonesguarareingardinare[8]. Anche il nativo tortonese riconoscerebbe, molto probabilmente, il carattere non standard e regionale di queste espressioni, che pertanto si ha più difficoltà ad inserire in quello che abbiamo definito italiano regionale.


Ringrazio Elisa Ghia per l’aiuto prezioso

NOTE:

[1] «Il possesso di un elevato livello di istruzione peraltro non comporta necessariamente il completo rifiuto di elementi regionali, poiché in Italia anche una persona molto istruita usa di frequente forme regionali; in genere però il livello di istruzione comporta una maggiore capacità di esercitare un controllo consapevole sul proprio modo di parlare» (Nicola De Blasi, Geografia e storia dell’italiano regionale, Bologna, il Mulino, 2014, p. 25).

[2] Ibidem, p. 73 (dove si cita come esempio ho bisogno un favore, espressione che sembrerebbe ormai lessicalizzata).

[3] Un analogo uso di in come preposizione locativa è attestato anche altrove: per esempio nelle Marche settentrionali in riferimento alla città di Urbino (Ibidem, p. 85).

[4] La stessa funzione è ricoperta da già nell’italiano di Torino

[5] Si veda per esempio, per il dialetto di Castelnuovo Scrivia (11 km da Tortona): Antonello Brunetti, Cui ad Castarnöv. Vol 1., Castelnuovo Scrivia, Fadia, 2015, p. 145 (U s süga pü i ôg).

[6] Sergio Aprosio, Vocabolario ligure storico-bibliografico (sec. X-XX). Parte seconda-Volgare e Dialetto. Vol. 1 A-L, Savona, Marco Sabatelli Editore, 2002.

[7] Questa accezione di coscritto (censita come settentrionalismo), così come quella di lasciare giù con il significato di “stingere”, sono registrate ­nel Nuovo De Mauro (consultabile online sul sito della rivista Internazionale). Ciò dipende evidentemente dalla filiazione di questo dizionario dal GRADIT (Grande dizionario italiano dell’uso), impresa editoriale pubblicata dalla Utet di Torino e caratterizzata da un’ampia presenza di piemontesismi.

[8] Si veda Maurizio Cabella, Dizionario del dialetto tortonese, Alessandria, Edizioni dell’Orso, 1999.

 

 

One thought on “«Cosa hai bisogno?»: osservazioni sull’italiano regionale parlato a Tortona (AL)

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: