Tristano e un Amico: un copione

(liberamente tratto dal Dialogo di Tristano e di un Amico e da altre prose di Giacomo Leopardi)

La scena si apre con Tristano sdraiato su un divano in oziosa meditazione (magari mentre sta giocherellando con qualcosa). Sopraggiunge l’Amico, che entra in scena leggendo alcune parole da un libro: le Operette morali di Giacomo Leopardi.

Amico [leggendo con fare scettico] «In fine, io non mi ricordo aver passato un giorno solo della vita senza qualche pena; laddove io non posso neanche numerare quelli che ho consumati senza neppure un’ombra di godimento: mi avveggo che tanto ci è destinato e necessario il patire, quanto il non godere: tanto impossibile il viver quieto in qualsiasi modo, quanto il vivere inquieto senza miseria: e mi risolvo a conchiudere che tu, o Natura, sei la nemica scoperta degli uomini, e degli altri animali, e di tutte le opere tue; tu, che ora c’insidi ora ci minacci ora ci assalti ora ci pungi ora ci percuoti ora ci laceri, e sempre o ci offendi o ci perseguiti; e che, per costume e per instituto, sei carnefice della tua propria famiglia, de’ tuoi figliuoli e, per dir così, del tuo sangue e delle tue viscere. Pertanto rimango privo di ogni speranza». E ancora «Ma certo questa vita che io meno, è tutta uno stato violento: perché lasciando anche da parte i dolori, la noia sola mi uccide».
Caro Tristano, come vedete ho infine letto il vostro libro: non c’è che dire, malinconico al vostro solito.

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Quer Pasticciaccio di Cabiria: tra Gadda e Fellini (con Dell’Arco e Pasolini)

C’è una profonda scissione, nel nostro mondo culturale, tra la critica letteraria e la critica cinematografica. […] L’informazione lettera­ria e quella cinematografica sono come due fiumi che scorrono paralleli, e non confluiscono mai: quasi che in Italia ci fossero due culture, due storie. […] Il rimedio a questa assurda coesistenza? È uno solo, e consiste nell’impiantare criticamente, con gli stessi inte­ressi estetici e ideologici, lo studio su un libro o su un film, tenendo conto appunto che la differenza è sempli­cemente tecnica, e che l’analisi descrittiva –pur descri­vendo processi espressivi diversi– ha la stessa funzione critica.
(P. P. Pasolini, 1960)

0. Tra l’estate e l’autunno del 1957 la letteratura e il cinema italiani registrano l’uscita di due opere destinate a entrare nella storia della cultura della Penisola: l’edizione in volume di Quer pasticciaccio brutto de via Merulana di Carlo Emilio Gadda (la cui prima metà era già stata pubblicata a puntate sulla rivista «Letteratura» tra gennaio ’46 e febbraio ’47), romanzo che farà del suo autore ­–suo malgrado– una star delle lettere italiane; e Le notti di Cabiria di Federico Fellini, salutato da André Bazin come «un capolavoro di una perfezione quasi preoccupante, uno dei monumenti del cinema contemporaneo» (Le Parisien Liberé, 14 maggio 1957[1]), e che frutterà al regista riminese il secondo Oscar ­–dopo quello assegnato a La strada– per il miglior film straniero.
Tra queste due opere, come si cercherà di mostrare, corrono alcuni fili in comune, i più evidenti dei quali sono l’ambientazione (parziale) nelle campagne a sud di Roma e l’attenzione da parte dei loro autori, romani soltanto d’adozione­, ad offrire una riproduzione attendibile della parlata locale.Continua a leggere “Quer Pasticciaccio di Cabiria: tra Gadda e Fellini (con Dell’Arco e Pasolini)”

ARBASINO a VOGHERA: seconda parte

Qui la prima parte

6.
Eppure la nostra minuscola città aveva una sua fisionomia, una dignità sua propria di belle semplici case antiche dai curvi balconi di ferro, di calme vie lastricate, di nobili torri da cui a sera sciamavano le rondini a intrecciare le loro grida sulle piazze aperte. Sorgeva il Duomo su una di queste piazze, spaziosa tanto da permettere le più ampie evoluzioni, il mezzogiorno della domenica, alle carrozze; ed era un antico Duomo, nel quale fra ori e stucchi figurava qualche non spregevole statua di marmo o di bronzo, di Evangelisti issati nel gesto benedicente sui pilastri centrali(La provinciale)Continua a leggere “ARBASINO a VOGHERA: seconda parte”

ARBASINO a VOGHERA: prima parte

Spesso il male di vivere incontravo 
A Voghera, ma non lo salutavo 
(A. Arbasino)

0.
Questa città ci si restringe addosso, come un abito di tessuto cattivo. È giusto chiamarla una città di sergenti, ricordare che non è mai stata più di una guarnigione sul confine tra il Piemonte e Milano, e che non è mai arrivato altro che qualche cadenza dialettale insolita, da Genova attraverso l’Appennino, o lungo la via Emilia dai ducati vicini: buona per tenerci truppe, tante o poche a seconda dell’andamento di qualche guerra di Successione; e se rilevi la struttura urbanistica, è da caserma: non ci sono architetture nobili, niente palazzi, né belle chiese, nessun monumento, e basta una facciata rifatta in economia, con le brutte sporgenze colorate, a rovinare le vecchie strade con le due guide di sasso in mezzo, che almeno avevano un colore, e mi piacevano quando ero piccolo. Del resto, non è mai esistita qui una nobiltà, né grande né misera, e sono poche le famiglie che riescono a mantenersi nel giro dei notabili per più di due o tre generazioni. […] È anche giusto che sia Depretis l’unico personaggio rappresentativo nato nella zona.
A parte le vecchie imprese di laterizi, ereditarie, in campagna, orgogliose di fondazioni avvenute duecento anni fa, e favorite dalle due ultime guerre, la città non ha industrie proprie; solo filiali di complessi tessili o meccanici di importanza nazionale, mandate avanti da direttori che nessuno di noi conosce; ma le fabbriche locali sono fallite molto male, una dopo l’altra nei primi anni del dopoguerra. Le piccole proprietà frazionano la campagna intorno; e i treni della linea di Milano sono pieni mattina e sera di centinaia di persone; resistono per qualche anno alle scomodità del viaggio, e al più presto si trasferiscono altrove, in un appartamentino preso vendendo quel poco che hanno, e dove moriranno presto le vecchie della famiglia, senza abituarsi al nuovo tipo di vita. (Appunti sull’amore del pomeriggio)Continua a leggere “ARBASINO a VOGHERA: prima parte”

Stanza 315: Lynch likes Fellini

«Il cinema esiste perché possiamo andarci e sperimentare cose che nella vita reale sarebbero alquanto pericolose o strane. Possiamo entrare in una stanza e ritrovarci dentro un sogno» (David Lynch)[1]

«I want a dream when I go to a film. I see 8 ½ and it makes me dream for a month afterward» (David Lynch)[2]

 

1. Sono le 11:30 del 24 febbraio quando l’agente dell’FBI Dale Cooper fa il suo ingresso a Twin Peaks; ed è ormai mezzanotte passata quando, a conclusione di una giornata più che impegnativa (che lo ha visto fare la conoscenza di molti dei luoghi e degli abitanti della cittadina dello Stato di Washington, incluso il cadavere di Laura Palmer) decide, su consiglio dello sceriffo locale, di alloggiare al Great Northern Hotel. Alle 6:18 del mattino successivo lo troviamo già in piedi (o, sarebbe meglio dire, appeso a testa in giù): registratore in mano, confida alla sua telesegretaria Diane di avere dormito molto bene, facendo l’elogio del carattere spartano ma accogliente della sua stanza n°315. Questa stessa stanza sarà in seguito protagonista di altri eventi memorabili: come il sogno che svela a Cooper l’esistenza dell’enigmatica Red Room (in cui vediamo BOB per la prima volta) e il tentativo di omicidio dello stesso Special Agent da parte di una figura misteriosa (scena con cui si chiude la prima stagione della rivoluzionaria serie ideata da David Lynch e Mark Frost).Continua a leggere “Stanza 315: Lynch likes Fellini”

“IL CARCERE È UNO SPECCHIO”: BREVE ANTOLOGIA ABOLIZIONISTA

La condizione carceraria riguarda coloro che stanno dentro ma come problema di civiltà è prima di tutto un problema di chi sta fuori (Gustavo Zagrebelsky)

This too I know ­­– and wise it were
If each could know the same­ –
That every prison that men build
Is built with bricks of shame,
And bound with bars lest Christ should see
How men their brothers maim
(Oscar Wild, The Ballad of Reading Gaol)

Nei giorni in cui arriva la notizia che perfino nella Turchia del muscolare Erdogan il governo ha deciso un alleggerimento delle sue carceri sovraffollate decretando il rilascio di almeno 45mila detenuti (tra i quali non rientrano, tuttavia, i prigionieri per motivi di dissidenza politica), fa ancora più rumore il silenzio sul fronte delle carceri italiane. Le proteste di inizio marzo 2020, provocate dal panico legato all’emergenza Covid-19, avevano portato al centro dell’attenzione uno dei grandi rimossi della società italiana, ovvero la disastrosa situazione delle condizioni carcerarie subite dagli oltre 60mila detenuti della Penisola. Tuttavia i media, monopolizzati dalla pandemia, hanno rapidamente abbandonato la questione (eccettuate alcune eccezioni meritorie, come le inchieste di Giuseppe Rizzo su Internazionale).

Proprio nel momento in cui gran parte dell’umanità vive in una clausura forzata, e per i più sfortunati non si tratta certo di una condizione attuabile con automatica serenità (motivo per cui risulta ancora più sconcertante «l’arroganza, la saccenza, la violenza mentale con cui si brandisce, pronuncia, incarna […] l’hashtag #iorestoacasa»), proprio ora è importante rilanciare i motivi alla base del superamento dell’istituzione-carcere. Se si vuole davvero costruire una società più giusta, l’abolizionismo carcerario dovrà necessariamente esserne uno dei fondamenti. 

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IPERCONNESSI: DISTANZIAMENTO SOCIALE e CRITICITÀ MEDIATICHE

Il distanziamento sociale che una parte consistente dell’umanità sta conoscendo a causa della pandemia da Covid-19 non solo ha cambiato rapidamente le nostre abitudini ma ha aperto scenari più o meno probabili sul futuro prossimo delle società umane. E naturalmente tali scenari hanno a che fare con l’uso delle tecnologie digitali: se già da anni ­–almeno dall’avvento di Internet e poi dei social network e degli smartphone­­– ci si interroga sui cambiamenti a cui i nostri corpi e le nostre menti sono sottoposti, diventa ancora più opportuno riflettervi adesso che l’emergenza legata al Coronavirus ha ampliato la categoria degli iperconnessi (per riprendere il titolo di una felice inchiesta televisiva del 2018).Continua a leggere “IPERCONNESSI: DISTANZIAMENTO SOCIALE e CRITICITÀ MEDIATICHE”

Depressione e tabù (in memoria di una vita)

Com’è potuto diventare tollerabile che così tante persone, e in particolare così tante persone giovani, siano malate? La «piaga della malattia mentale» che affligge le società capitaliste lascia intendere che, anziché essere l’unico sistema che funziona, il capitalismo sia innatamente disfunzionale (Mark Fisher, Realismo capitalista)

1. La depressione è ancora un tabù nella nostra società? Se lo sono chiesto in molti negli ultimi anni e, incrociando riflessioni e dati statistici, sembra difficile non rispondere positivamente. Eppure “essere depressi” non è un’espressione così aliena dai nostri discorsi: a moltissimi sarà capitato di pronunciarla o di sentirla sulla bocca di altri. La verità, però, è che quasi sempre si tratta di un equivoco: come è stato scritto, intorno a questo tipo di malessere aleggia infatti un «generale clima di leggerezza e fraintendimento».Continua a leggere “Depressione e tabù (in memoria di una vita)”